BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

DOSTOEVSKIJ/ Zagrebelsky: vi spiego il "patto" tra Cristo e il Grande inquisitore

Pubblicazione: - Ultimo aggiornamento:

Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Dopo la condanna al rogo da parte dell’inquisitore, c’è il colpo di scena: Cristo si alza e dà un bacio al vegliardo. Ci aspetteremmo che quell’incontro possa concludersi solo in un modo, con il rogo dell’uno o con l’annichilimento dell’altro, invece termina con un bacio. Ma attenzione, perché il bacio non è un atto unilaterale del Cristo. Il vecchio reagisce, le sue labbra esangui hanno un tremito. Non rimane passivo; una comunicazione, tra i due, avviene. Il Cristo viene a quel punto liberato, a patto che non ritorni mai più. Viene rimandato non da dove era venuto, ma nelle oscure vie della città, cioè in mezzo agli uomini.

L’anno scorso, in una sua lezione all’Accademia dei Lincei, lei commentò la «Leggenda» concentrandosi sul tema del potere. Quale tipo di razionalità politica esercita l’inquisitore?

L’incontro avviene nella piazza della cattedrale di Siviglia dopo il rogo di qualche centinaio di eretici ad maiorem Dei gloriam, dice Dostoevskij. Sembrerebbe dunque che l’inquisitore rappresenti la Chiesa, nella sua funzione di salvaguardia dell’ortodossia. È una interpretazione che non mi convince, perché il compito dell’inquisizione ecclesiastica era la conversione, non la morte. Un’altra lettura è quella dell’inquisitore come detentore della «ragion di Stato»: ogni generazione produce un ristretto numero di eletti che si prendono cura della massa, di quel popolo al quale gli arcana imperii sono del tutto estranei. Ma secondo me queste interpretazioni sono sbagliate entrambe – o meglio, non applicabili.

Perché?

A mio avviso non si tratta di ragion di Stato, perché l’inquisitore sostiene le sue posizioni dal punto di vista della «ragion del volgo»: si presenta come amico e non come nemico del popolo. Egli, che ha detto di sì a tutte le tentazioni del demonio nel deserto, non vuole affatto costringere con la forza gli esseri umani ad obbedire; vuole piuttosto impadronirsi dell’animo. È l’anima umana che gli interessa. Il potere non compare come violenza, ma nella sua versione seduttiva, fino al punto di dispensare l’illusione di una vita oltre la morte. Noi, gli eletti – dice l’inquisitore – sappiamo bene che non è così, ma poichè sappiamo illudere gli uomini, essi moriranno felici.

C’è qualcosa, nella «Leggenda», che mette in scacco il progetto dell’inquisitore? Insomma, la libertà vince o perde?

È il grande enigma. Il lettore stesso è provocato a scegliere se stare dalla parte dell’inquisitore o dalla parte del Cristo silente. Ma l’esito non è così chiaro. Naturalmente, se uno segue l’andamento del dialogo, è portato a stare dalla parte della libertà cristiana, però la chiusura riapre tutto. Torniamo così al gesto enigmatico del bacio. Cristo bacia, alla fine, il vecchio ecclesiastico. Ma se il vecchio “raccoglie” il bacio, perché quel «non venire mai più»?

Vi è o non vi è una riconciliazione?



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >


COMMENTI
07/02/2015 - Patto con speranza di ravvedimento. (Nicola Giuliani)

Il bacio di Cristo al Grande Inquisitore è da interpretare come il: "perdona loro perché non sanno quello che fanno". Anche in quella circostanza c'è l'imputato condannato a morte. Anche in quella circostanza non vi è alcun ravvedimento. E' da credere che Dostoevskij abbia voluto concludere l'episodio senza dare una positiva soluzione all'incontro, stante i quasi due millenni trascorsi dalla venuta di Cristo senza alcun concreto e apprezzabile cambiamento nelle vicende umane, pur lasciando uno spiraglio di speranza a che ci possa essere un sofferto risveglio da parte delle masse e un qualche ravvedimento da parte di chi domina fisico e spirito delle masse. Gherardo Colombo nel riproporre il testo integrale di questo straordinario capitolo del romanzo di D., induce con il suo saggio "Il peso della libertà" a opportune riflessioni in tal senso. La svolta papale con il grande Benedetto XVI (definizione universale della Divinità nella sua "Deus Caritas Est", sua significativa "rinuncia") e l'altrettanto provvidenziale "francescano" Francesco pare incoraggiare un nuovo cammino dell'Umanità. Le cose penultime e le cose ultime dovrebbero tendere ad avvicinarsi nel senso, efficacemente immaginato da un altro grande, in questo caso della politica i., Aldo Moro, delle poco capite "convergenze parallele". La globalizzazione e il rapido progresso scientifico, riferito alla vivibilità sul pianeta e al di là di esso, possono accelerare tale processo se la classe colta si concerterà in tal senso.