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DINO BUZZATI/ Quei "Miracoli di Val Morel", ultimo addio di un’anima inquieta

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Dino Buzzati, Piazza del Duomo di Milano, 1958 (immagine d'archivio)  Dino Buzzati, Piazza del Duomo di Milano, 1958 (immagine d'archivio)

Buzzati era veneto, di Belluno, e profondamente attaccato alla sua terra. Durante la sua vita tornava di continuo alle montagne amate, e i suoi monti rappresentano per lui un simbolo celeste. D’altra parte, la vetta, nell’arte, è sempre rappresentazione di spiritualità.

Buzzati fu estraneo ad ogni gruppo o scuola letteraria. Cosa può dire di questo?

Ma anche nel dipingere fu così. Buzzati traspone sulla carta, o in parola, i miti che pervadono dall’interno la realtà. La capacità dell’artista, o del narratore, è quella di «accordarsi» con essi, percepirli, sapendoli esprimere. Sarebbe un errore fraintendere la trasfigurazione poetica della realtà in Buzzati con l’approccio di un eccentrico, di un sognatore. Buzzati non è questo. Per lui il «mito» viene prima della realtà e ne costituisce il fondamento. L’arte sta nel farlo riemergere, palesando il mistero che sta nelle cose. La sua è stata l’opera di un solitario; e questo ne garantisce l’assoluta modernità.

In che senso?

Torno così alla sua domanda. La sua è stata la forza di un uomo di cultura in un momento difficilissimo, in cui c’erano pressioni ideologiche possenti, rispetto alle quali Buzzati seppe rimanere completamente autonomo. Era del resto tipico del suo carattere.

Si riferisce alla cultura imperante in Italia negli anni sessanta?

Certo. C’era una pressione fortissima, di matrice comunista, che voleva conglobare – e in parte ci riuscì – tutti gli intellettuali. Buzzati ne rimase fuori, non si fece toccare. Molti altri sono diventati più famosi di lui e non certo per meriti reali. La sua modernità, al di là del valore assoluto della sua opera, sta anche in questo: non farsi travolgere dalle mode, per quanto suadenti esse siano. Questo lo consegna, oltre che all’oggi, al futuro.

Lei lo conobbe lavorando alla sua biografia. Che cosa ricorda?

Conservo un ricordo nitido. L’impressione era quella di un gran signore, elegante, educato, riservato, distinto, sobrio. La seconda cosa che colpiva era la sua cultura.

Quali sono le opere che lei predilige?

«Il deserto dei tartari», ma anche i «Sessanta racconti», forse ancor più profondi e simbolici.



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