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DIBATTITO/ Così il genocidio armeno allontana la Turchia dall’Europa

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Henry Morgenthau (1856-1946) (immagine d'archivio)  Henry Morgenthau (1856-1946) (immagine d'archivio)

Non può discutersi, dunque, di un problema storiografico, bensì di un problema eminentemente politico e giuridico. Politico, in primo luogo, in quanto esso offre ancora l’occasione per alimentare conflitti e dibattiti, sia all’interno di molti Stati, sia nell’ambito della comunità internazionale. La Francia, per l’appunto, ha sostenuto che una legge finalizzata a punire il negazionismo costituisce una ineludibile forma di tutela che lo Stato deve offrire a tutti i suoi cittadini di origine armena. La Turchia ha reagito duramente, ritirando i propri ambasciatori ed annunciando rilevanti rappresaglie di carattere economico. Ma vi possono essere “gradazioni” ulteriori dello “scontro”: alcuni Comuni italiani hanno deciso di commemorare pubblicamente il genocidio armeno; l’ambasciatore turco ha trasmesso ai Sindaci una missiva, nella quale li invitava, per così dire, ad una riflessione maggiore, rendendosi disponibile ad impartire una sorta di (curioso) approfondimento storico qualificato.

La questione, poi, è anche giuridica. La criminalizzazione del negazionismo, in sé e per sé considerato, importa potenziali attriti, se non contraddizioni, vuoi con la tutela costituzionale della libertà di espressione e di manifestazione del pensiero, vuoi con un principio cardine delle consolidate impostazioni classiche del diritto penale di matrice liberale, ossia con il principio della necessaria offensività delle condotte da punire. Può comminarsi una sanzione penale a coloro che sostengono una determinata lettura, anche se minoritaria, di alcuni eventi storici? E come comportarsi, poi, nei confronti di quelli che, semplicemente, ripetono tesi o “lezioni” apprese sui banchi di scuola? Può decidersi di punire “la parola” o “lo scritto”, senza che questo sia accompagnato da contegni che incitano, concretamente, alla commissione di altri reati?

In alcuni Stati, si ha un’attitudine molto sorvegliata nei confronti del negazionismo. In Spagna, ad esempio, e proprio con riguardo ad un giudizio relativo al caso armeno, il Tribunal constitucional ha salvato la legittimità costituzionale dell’apposita fattispecie di reato che era stata concepita dal legislatore, alla sola condizione che all’atto della negazione si accompagni, effettivamente, l’istigazione a darvi seguito con altri atti criminali. Più in generale, inoltre, alcuni interpreti tendono a segnalare, per un verso, che la criminalizzazione del negazionismo non impedisce concretamente il verificarsi di nuovi casi di genocidio, per altro verso, che essa contribuirebbe a radicalizzarne le manifestazioni e i gruppi che ne sono portavoce, precludendo ogni margine per utili, e forse maggiormente proficue, politiche pubbliche di cittadinanza sull’educazione e sulla memoria.

Eppure, in altri Stati permane la previsione della sanzione penale, e, anzi, l’Unione europea è giunta, nel 2007, a prescrivere che gli Stati membri, laddove sforniti, se ne dotino espressamente. Non si può trascurare, del resto, che molti degli studiosi che hanno affrontato, anche di recente, il negazionismo hanno evidenziato come sia possibile, e forse doveroso, operare una distinzione tra le negazioni e le opinioni. Le seconde sarebbero ammissibili, mentre le prime, proprio perché volte a perpetuare l’attitudine offensiva del crimine commesso, dovrebbero essere combattute e punite. Ancora: le seconde alimentano la ricchezza del pluralismo culturale, posto alla base del carattere democratico delle società occidentali più avanzate; le prime, viceversa, generano un esiziale cortocircuito con quello stesso pluralismo, poiché non ammettono le posizioni contrapposte. In questa prospettiva, la memoria potrebbe essere invocata come radice di un patriottismo costituzionale “non rinunciabile”.



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