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DIBATTITO/ Così il genocidio armeno allontana la Turchia dall’Europa

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Henry Morgenthau (1856-1946) (immagine d'archivio)  Henry Morgenthau (1856-1946) (immagine d'archivio)

Una nota e recente legge statale, approvata in Francia tra dicembre 2011 e gennaio 2012, punisce penalmente, con l’introduzione di una specifica fattispecie di reato, la negazione del genocidio armeno. In tal modo essa ha riportato alla ribalta lo sterminio perpetrato nel 1915 ad opera del governo dittatoriale dei Giovani Turchi, allora a capo dello Stato ottomano: un eccidio di massa che provocò, secondo stime ritenute prudenti, la morte di oltre un milione di persone.

Sgombriamo, anzitutto, il campo da un possibile equivoco: il genocidio armeno è “essenzialmente” un problema politico e giuridico, sebbene siano ormai molti gli Stati ad aver comunque ufficializzato il riconoscimento di tale crimine, al di là della scelta se sanzionare o meno il negazionismo. Anche l’Italia vi ha provveduto, sia pur mediante una mozione del Parlamento, che risale all’anno 2000. Ma così hanno fatto anche gli Stati Uniti, nel 2007, con un apposito intervento del Congresso.

Questo genocidio non è – o meglio, non è più, e per molti aspetti non è mai stato – un problema storiografico, giacché i più grandi studiosi e i maggiori centri di ricerca sui genocidi hanno da tempo indicato in quello armeno il primo dei genocidi del Novecento, secondo la celebre definizione di genocidio adottata dalle Nazioni Unite il 9 dicembre 1948.

Va rimarcato il fatto che i primi a riconoscere in via giudiziaria la sostanza di questo genocidio – sebbene all’epoca non esistesse ancora il termine, ideato dal giurista ebreo-polacco Raphael Lemkin nel 1944 – furono, paradossalmente, proprio alcuni tribunali turchi. La corte marziale turca, il 5 luglio 1919, condannò a morte, in contumacia, i principali responsabili del massacro degli armeni, Talaat, Enver, Çemal e Nazim: i capi, cioè, dell’Ittihad, della fazione che si era imposta su un partito, quello dei Giovani Turchi, inizialmente ispirato agli ideali egualitari della Rivoluzione francese, ma che poi, in virtù di una dinamica politica interna e dello sfavorevole contesto internazionale, si era volto alla costruzione di una ideologia ultranazionalistica fondata sull’ossessione cospirativa e sulla purificazione della società.

Di più. Il carattere genocidario del massacro armeno – concepito come pianificazione statale della soppressione di una parte considerevole della minoranza nazionale e religiosa armena, con esecuzione scientifica e spietata di questo programma – era stato denunciato come tale anche nel momento stesso in cui si compiva. Ciò da parte di alcuni sopravvissuti e, soprattutto, da parte di decine di testimoni oculari del tutto attendibili (personale diplomatico, religiosi, etc.), i quali, in drammatiche relazioni, scritte e orali, tentarono di evidenziarlo all’opinione pubblica occidentale.

Ad esempio, proprio sulla base di queste fonti di prima mano, nonché fondandosi sulla frequentazione assidua dei capi dell’Ittihad e dei rappresentanti diplomatici di altri Paesi, l’ambasciatore americano a Costantinopoli, Henry Morgenthau, il 16 luglio 1915 inviava un telegramma a Washington, in cui informava il segretario di Stato che la deportazione degli armeni ordinata dallo Stato ottomano altro non era che un paravento per una «campagna di sterminio razziale»: evento che Morgenthau stesso, pochi anni dopo, avrebbe definito come il crimine più nefando dell’intera storia umana. 



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