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DIBATTITO/ Così il genocidio armeno allontana la Turchia dall’Europa

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Henry Morgenthau (1856-1946) (immagine d'archivio)  Henry Morgenthau (1856-1946) (immagine d'archivio)

Non c’è dubbio che la memoria sia un fenomeno molto eterogeneo, attraversato da sensibilità individuali, di gruppo o collettive (peraltro non sempre coincidenti), ma anche da questioni di ricordo e di riconoscimento istituzionale (così come avviene in occasione del Giorno della Memoria, il 27 gennaio di ogni anno, anniversario da poco trascorso; ma sono moltissime, anche in Italia, le “leggi” della memoria e le occasioni di celebrazione ufficiale).

Entrambi i versanti meritano attenzione. Il primo si risolve, prevalentemente, in una diffusa domanda di giustizia, ed è qui che usualmente si concentra, innanzitutto, il discorso sul negazionismo come oggetto di una fattispecie penalmente rilevante. Il secondo, invece, si alimenta certo di quella domanda, ma si deve tradurre in iniziative pubbliche strutturate: in esse la comunità si scopre titolare, a buon diritto, della prerogativa di incentivare determinate memorie e determinati ricordi, e ciò anche nella direzione di scongiurare pratiche negazioniste capaci di entrare in conflitto con i presupposti fondamentali e con i valori supremi dell’ordinamento giuridico tout court considerato.

È questo obiettivo che si vuole preservare, in quanto perseguibile anche da soggetti che non sono ascrivibili ad una etnia o ad un popolo colpiti da persecuzioni storiche. Questi, nonostante ciò, partecipando a quelle drammatiche esperienze, trovano modo di rinnovare il patto sociale e di rafforzarlo mediante la metabolizzazione di prospettive altre che lo arricchiscono e che in esso integrano le “vittime storiche” mediante un riconoscimento che non si esaurisce in un tributo puramente occasionale o formale.

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