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LETTURE/ Perché il potere vuol cancellare la nostra colpa?

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Si ribella Torben perché il “suo” gli è stato tolto: se io non sono responsabile dell’omicidio di mia moglie, se ogni azione, e, si potrebbe aggiungere, se ogni pensiero o parola od omissione, è la risultante di una incidentale convergenza di fattori esterni a me, manipolabili a loro piacimento dai tutori della felicità sociale, allora io non esisto e niente è mio. L’apparente bonomia del potere si rivela assai peggiore della rozza crudeltà del boia, perché affonda la sua scure alla radice stessa di quella libertà che sembra riconoscergli (lei è libero), ma che viene negata nella sua sostanziale  irriducibilità ultima ad ogni condizionamento. In questo modo la trama delle relazioni in cui si sviluppa l’esistenza di ogni uomo anziché urgere il peso della libertà e del giudizio della persona finiscono per polverizzare l’originalità e l’imprevedibilità del suo stesso esserci, come del resto appare nebulizzato il corpo morto della povera Edith che viene atrocemente rimosso dalla scena di questo mondo e proiettato nello spazio gelido dell’oblio universale.

Del resto la tentazione di attribuire il male a una causa esterna all’uomo era ben presente a Cristo stesso, quando affermava: Non c'è nulla fuori dell'uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall'uomo a renderlo impuro... Ciò che esce dall'uomo è quello che rende impuro l'uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male (Mc 7, 14-15.20-21).

La sentenza di Nietzsche sulla giustizia appare quindi molto evangelica, dal momento che non propone l’abolizione della colpa per l’imputato, ma la sua estensione al giudice stesso: “Dite: dove si trova la giustizia che è amore e ha occhi per vedere? Inventatemi, dunque, l'amore che porta su di sé non solo tutte le pene, ma anche tutte le colpe. (Così parlò Zarathustra, Adelphi, Milano 1986, p. 80)

Togliere la colpa equivale infine a negare all’uomo la prerogativa dell’iniziativa, vale a dire la capacità di iniziare qualcosa di nuovo, qualcosa di più e di diverso dalla somma degli elementi prevedibili indagati tramite gli strumenti analitici e statistici delle discipline sociali, economiche, psicologiche, culturali eccetera.

David Eagleman, neuroscienziato del Baylor College of Medicine, Texas, sostiene qualcosa di analogo sul numero estivo di quest’anno del mensile americano The Atlantic: “Mentre l’attuale sistema delle pene si basa sulla volontarietà e sulla responsabilità, la comprensione dei meccanismi cerebrali dovrebbe farci vedere le cose in un altro modo. Il concetto di colpevolezza dovrebbe essere eliminato dal linguaggio giuridico. È un concetto superato, che presuppone il tentativo impossibile di sciogliere il complesso intrico di geni e ambiente che costruisce la traiettoria della vita umana.(D. Eagleman, The brain on trail). In questa prospettiva il meccanismo di governo delle azioni umane si sposta all’interno dell’organismo stesso, fino a paventare una possibile liquidazione del libero arbitrio in favore di una sorta di “chimico arbitrio”: “La neuroscienza sta affrontando dei problemi che in passato erano dominio esclusivo dei filosofi e degli psicologi. Si chiede in che modo le persone prendono le loro decisioni e fino a che punto queste decisioni sono davvero ‘libere’.

 



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