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LETTURE/ Perché il potere vuol cancellare la nostra colpa?

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Così si è cominciato qualche anno fa a parlare di Neuroetica, con il rischio di affidare ad un sinedrio di esperti la competenza di valutare i comportamenti umani, spiegandoli alla luce di conoscenze che al momento appaiono parziali, incomplete ed approssimative, mentre in futuro potrebbero non esserlo, dimenticando però che la traiettoria della conoscenza umana è sempre apparsa tale da aprire, dopo ogni nuova scoperta, territori di indagine ancor più ampi di prima. La massima shakespeariana secondo cui ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne contempli la filosofia appare ancora vera ed attuale. È lecito dunque domandarsi se il procedere di nuove scoperte, piccoli fiori di campo in una prateria di cui ci sfuggono i confini, giustifichi il possibile abbandono di quella sapienza millenaria che proprio sulla riverenza al leopardiano “eterno misterio dell’esser nostro” fonda la possibilità di una pratica e di una cultura della convivenza umana orientata alla giustizia.

Valga, come esempio efficace di questa scienza del popolo che chiamiamo tradizione, la memorabile pagina del Mulino del Po di Bacchelli, in cui si racconta il travaglio giudiziario del gigantesco Princivalle che, astutamente e facilmente ingannato da uno Iago di provincia, uccide a mani nude il fidanzato della sorella.

–Avete nulla da aggiungere? –Mi chiamo in colpa – rispose alla domanda di rito.
Ma piuttosto che pentito, così dicendo, pareva a suo modo orgoglioso. E quel suo pentimento, della notte funebre sulla riva del fiume, appariva più che altro un calcolo della paura, d’uno che aveva disperato dello scampo, e così la sua costituzione ai carabinieri. Innanzi agli uomini, poco dunque gli valeva o nulla; scansò l’ergastolo, ma ebbe trent’anni di lavori forzati.
Lettagli la sentenza: –Vi ringrazio – disse ai giudici e ai giurati.I primi non l’udirono, e chi l’udì, o non badò, o l’ebbero per scemo, o indurito affatto: il Bragagna, ch’era venuto con altri della Guarda a sentirgli leggere la sentenza, diceva che aveva fatto la commedia fino all’ultimo.
Necessità condanna l’ipocrito tristo a negare quello contro cui pecca.
Non soltanto dalla competenza giuridica, ma dall’umana esulava ultimamente ciò che aveva dettato a Princivalle il suo ringraziare: superava, nell’atto di ubbidirgli lui, non che altrui scienza, l’esperienza sua: apparteneva al segreto che l’uomo accoglie intiero, nel nascere ignaro, restituisce intiero, morendo, se non in quanto scienza ed esperienza l’hanno concetto via via più grande e più forte segreto nel tramite misero e sublime dei giorni terreni. Infatti chi più vi scorge più lo profonda ma è di tutti in quanto è d’ognuno, originale, intiero, uguale in sé, purché viva, in grandi e pusilli; dei quali uno era Princivalle Scacerni: ma vivente, ma sincero in coscienza
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Forse il segreto di cui Bacchelli scrive che niente si dà di più alto e più profondo al conoscere e all’agire dell’uomo è quel suum da cui hanno preso le mosse queste poche e sommarie riflessioni.

 



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