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STORIA/ Aga-Rossi: aggressori o vittime? La triste odissea dell’Italia nei Balcani

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Le forzate dimissioni di Mussolini furono immediatamente interpretate da Hitler come la volontà dell’Italia di uscire dalla guerra e la reazione fu immediata, perché il controllo dell’Italia e dei Balcani era fondamentale per evitare ai bombardieri alleati di raggiungere la Germania. La reazione tedesca dal punto di vista organizzativo fu militarmente straordinaria: già a fine luglio avevano messo a punto un piano per disarmare gli italiani anche con la forza, il piano Achse, e l’8 settembre poterono presentarsi alle caserme e chiedere le armi a un esercito che non sapeva cosa fare, facilitati dall’accurata preparazione precedente.

Quale fu l’atteggiamento dei comandanti nei Balcani davanti all’armistizio e alle richieste di disarmo dei tedeschi?

In un primo momento molti cercarono di prendere tempo e rifiutarono di arrendersi, in attesa di avere direttive più precise dal governo. Ma di fronte alla prepotenza tedesca la maggior parte dei comandanti cedette, anche perché i tedeschi promisero agli italiani, ingannandoli, di impegnarsi a riportarli in Italia: fu facile convincerli, perché era esattamente quello che loro volevano. Questo dell’inganno tedesco è un aspetto poco sottolineato dalla storiografia, anche se era stata una parte importante delle direttive ricevute, che puntavano sulla stanchezza della guerra da parte degli italiani: al contrario di questi, i tedeschi sapevano esattamente cosa fare. Vi furono anche molti casi di collaborazionismo, ignorati dalla storiografia, di comandanti che scelsero, per ragioni le più varie, dal senso dell’onore all’opportunismo, di continuare a combattere a fianco dei tedeschi, ma anche, all’opposto, di singole unità o divisioni che rifiutarono di cedere le armi.

Cosa accadde ai militari che tentarono di resistere ?

I tentativi di resistenza con le armi finirono tutti tragicamente. Il caso più noto è quello della divisione Acqui, stanziata sulle isole di Cefalonia e di Corfù. La storia di Cefalonia è diventato un caso emblematico della resistenza dei militari, anche se è stata oggetto di aspre polemiche e di interpretazioni contrastanti. Meno noto è la vicenda di Corfù: il colonnello Lusignani, comandante del distaccamento, rifiutò fin dall’inizio ogni trattativa di resa e riuscì a respingere il primo tentativo dei tedeschi di sbarcare, facendo perfino dei prigionieri (l’unico caso di soldati tedeschi fatti prigionieri e mandati in Italia). I tedeschi però, dopo essersi dedicati a Cefalonia, tornarono a Corfù, riuscendo infine ad avere la meglio e a prendere il sopravvento. Vennero uccisi centinaia di militari e Lusignani fu fucilato. Ma vi furono anche altre divisioni che cercarono di mantenere le armi e per sopravvivere si unirono ai partigiani, combattendo al loro fianco. Questa fu la scelta delle divisioni  Venezia e Taurinense, stanziate in Montenegro, che si fusero assumendo il nome di divisione Garibaldi, sotto il comando dei partigiani di Tito. Prima del rimpatrio, avvenuto nel marzo 1945, la Garibaldi ebbe migliaia di caduti, uccisi in combattimento, morti per malattie, denutrizione o in alcuni casi per mano degli stessi partigiani. Anche la divisione Pinerolo in Grecia si sottrasse in parte alla resa, per continuare a combattere a fianco dei partigiani greci, che però violarono gli accordi disarmandola. Gruppi di militari continuarono a combattere in piccole unità, o furono reclusi in condizioni difficilissime in campi di internamento in Grecia e in Jugoslavia oppure lavorarono per la popolazione locale fino alla fine del conflitto.

Quali sono secondo lei gli elementi che ancora è necessario studiare? Ci sono altre «guerre a parte»?