BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

KOHL/ Buttiglione: la sua lezione alla Merkel (e a noi) non è ancora finita

Pubblicazione:

La caduta del Muro di Berlino, 9 novembre 1989 (InfoPhoto)  La caduta del Muro di Berlino, 9 novembre 1989 (InfoPhoto)

Mi sento spesso chiedere che differenze ci sono fra la Germania di Helmut Kohl e quella di Angela Merkel. Parlando di sé e della propria generazione Kohl spesso fa riferimento alla grazia di essere nati un poco più tardi (die Gnade der Spatgeburt). Lui è del 1930. Nel 1945 aveva 15 anni. Troppo pochi per avere commesso dei crimini ed essere stato in qualunque modo corresponsabile dell’orrore. Questa è la prima grazia. La seconda è avere visto e conosciuto l’orrore della guerra. È da questa esperienza che nasce la vocazione europeista di Kohl e della sua generazione. “Mai più la guerra in Europa” è un imperativo morale che si impone come una evidenza indiscutibile. Ad esso è legato un altro imperativo morale: “Mai più Auschwitz”.  È contenuta in questi due imperativi una visione della politica. Carl Schmitt ha scritto che la politica è la decisione sull’amico e sul nemico, sulla pace e sulla guerra. Per Kohl e la sua generazione questo significa che il compito fondamentale della politica è evitare la guerra e creare le condizioni della pace.

Si unisce a questo il sentimento forte di una colpa. La responsabilità dell’orrore, ovviamente, non è collettiva. La responsabilità penale ed anche quella morale sono personali. Non è tuttavia possibile sottrarsi al sentimento di una responsabilità storica del proprio popolo verso l’Europa. I tedeschi hanno commesso crimini orribili, e questo lo sanno tutti. I tedeschi sono stati puniti in modo orribile, e questo lo sanno solo i tedeschi. Le città sono state ridotte in polvere dai bombardamenti alleati: a Lipsia sono morte forse più persone che ad Hiroshima. L’Armata Rossa ha condotto nelle terre tedesche invase una guerra di sterminio: gli uomini sono stati uccisi, le donne violentate, milioni di persone sono fuggite verso l’ovest nel terribile inverno 1944/1945, molti di loro non sono mai arrivati. La divisione della Germania è stata per una generazione il segno della disgrazia tedesca.

La tragedia non è stata solo materiale. È stata anche e soprattutto morale. Il nazismo non era solo una dottrina politica, era una religione che dava un sentimento invincibile di appartenenza e di comunanza di destino. Era quella religione della nazione che, in forme meno virulente, aveva contagiato allora tutti i Paesi europei. Quella religione è fallita. La Germania ha sperimentato in modo ancora molto più intenso che non l’Italia quella che De Felice ha chiamato “la morte della patria”.

Dove ritrovare il senso positivo della identità tedesca? Per molti giovani come Kohl il riferimento spirituale sul quale ricostruire la propria identità culturale fu una fede cristiana profondamente vissuta sotto la guida di maestri come Romano Guardini o Josef Pieper. Il nazismo (ed il comunismo) furono visti come la conseguenza dell’abbandono della fede cristiana. Questa coscienza di fede è accompagnata anche dal sentimento forte di una vocazione politica: ricostruire la Germania su di una base cristiana. È questo il contesto nel quale la Democrazia Cristiana va al governo in Germania ed in questo contesto nasce anche la vocazione politica democratico cristiana di Kohl. 



  PAG. SUCC. >