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LETTURE/ Cosa ci insegna il caso Carofiglio-Ostuni?

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Gianrico Carofiglio (InfoPhoto)  Gianrico Carofiglio (InfoPhoto)

Non c’è nulla di che sorprendersi: questa è la situazione di fondo della società letteraria italiana, oggi caratterizzata da modeste ambizioni e da attenti calcoli di bottega. Così ben venga che uno come Ostuni, di tanto in tanto, almeno rompa le righe contravvenendo ogni tacita regola del gioco e spargendo veleni in modo poco calcolato, magari pestando i piedi a uno scrittore, Carofiglio, che ieri era magistrato e oggi è seduto sugli scranni del Senato della Repubblica. 

Visto che Gadda è stato evocato, immaginiamo che Gadda stesso si sarebbe divertito: ma non nel vedere il girotondo un po’ patetico sotto le porte del Commissariato del suo Ingravallo, bensì rileggendo quelle parole di Ostuni, incendiate da sano astio. Lui del resto era uno che non si tirava indietro quando si trattava di usar la parola come un bisturi, accusando i suoi colleghi di «dabbenaggine addobbata di sopraccigli», di «ottusità gocciolante di buoni sentimenti». E a protezione di tutti i “diffamatori” ricordava il sonetto che Cecco Angiolieri, poeta irrispettoso, riservò al grande Dante: «Dante Allighier, s’io son buon begolardo – tu mi tien bene la lancia alle reni.  – S’io pranzo con altrui, e tu vi ceni:  - S’io moro il grasso e tu ne succi il lardo». Non risulta che Dante abbia mai querelato né richiesto danni a quell’irriguardoso di Cecco…



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