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LETTURE/ Cosa ci insegna il caso Carofiglio-Ostuni?

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Gianrico Carofiglio (InfoPhoto)  Gianrico Carofiglio (InfoPhoto)

Devo ammettere di provare una grande simpatia nei confronti di Gianfranco Ostuni, editor di Ponte alle Grazie, un marchio “piccolo” che fa parte della grande scuderia editoriale Mauri Spagnol. Ostuni, all’indomani del premio Strega dove un suo libro correva tra i favoriti (quello di Trevi dedicato al rapporto tra Pasolini e Laura Betti), deluso per la sconfitta di misura, si è lasciato andare a valutazioni magnificamente scorrette. Le ripropongo, per dovere di cronaca, ma anche per una dichiarata ammirazione. «Finito lo pseudo fair play della gara, dirò la mia sul merito dei libri», ha detto. «Ha vinto un libro profondamente mediocre (quello di Piperno, che l’ha spuntata per due voti su Trevi, ndr), una copia di copia, un esempio prototopico di midcult residuale. Ha rischiato di far troppo bene anche un libro letterariamente inesistente (quello di Gianrico Carofiglio, arrivato terzo per sette voti, ndr) scritto con i piedi da uno scribacchino inesistente, senza un’idea, senza un’ombra di responsabilità dello stile, per dirla con Barthes».

Non so quanto Ostuni abbia ragione nel merito: non sono un critico letterario e dei tre libri in questione ho letto solo quello di Trevi. Ma una reazione così fuori dai denti, così poco obbediente ai formalismi, così “di pancia” mi ha trovato a priori consenziente. Del resto Piperno e Carofiglio sono due scrittori a cui non manca certo il successo, sono stabilmente in classifica, firmano sui grandi quotidiani, piacciono al grande pubblico nel senso che sono “ritagliati” sui gusti del grande pubblico.

Il seguito della storia è noto: mentre Piperno, il vincitore, ha elegantemente lasciato perdere, Carofiglio ha voluto citare in giudizio, con tanto di richiesta danni, Ostuni. Al che si è mossa una bella fetta di società letteraria, in particolare romana, che ha inscenato un flash mob contro la decisione di Carofiglio, settimana scorsa davanti ad un luogo letterariamente molto simbolico: il commissariato di Piazza del Collegio Romano, dove Carlo Emilio Gadda aveva immaginato lavorasse don Ciccio Ingravallo, il protagonista del suo Pasticciaccio. Una mobilitazione magari legittima nelle ragioni ma che evidenzia come bene ha scritto Pierluigi Battista sul Corriere «uno snobismo civettuolo» e uno «spirito da clan». E a riprova dello spirito di clan, Battista ricorda che nessuno aveva inscenato proteste quando Saviano aveva avviato un’azione simile a quella di Carofiglio, causa civile con richiesta di risarcimento faraonica, contro Marta Herling, nipote di Benedetto Croce, per una disputa attorno a un episodio della biografia del filosofo napoletano.



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