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STORIA/ Vaticano II, ecco le 3 parole che spiegano il Concilio

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Ma questo cammino irto di ostacoli aveva anche prodotto un nuovo fiume di martirio e di santità. Aveva risvegliato la cultura e le premure educative della Chiesa, “madre e maestra” dei popoli. Aveva spinto verso una immersione più decisa e carica di carità dentro i drammi di un progresso che rivelava di essere tutt’altro che equiparabile alle “magnifiche sorti” di una felicità disseminata fraternamente nel consorzio sociale mondiale. Il pungolo di una fede desiderosa di ritrovare la sua luce più autentica premeva da tempo con la sua scommessa audace: sollecitava ad “abbattere i bastioni” innalzati a difesa di una cristianità di antiche tradizioni, ma che si sentiva ormai da tante parti chiamata a rompere i gusci che la tenevano imprigionata, per aprirsi più cordialmente, in senso più coraggiosamente missionario, verso un mondo che non poteva essere abbandonato al proprio destino, dentro il quale si doveva dare vita a una nuova forma di incarnazione della fede ereditata dai Padri.

“Abbattere i bastioni” era il titolo di un’opera per molti versi profetica del grande teologo Hans Urs von Balthasar, apparsa nel 1952, che indicava la strada possibile di un “recupero” fondato sulla conversione e sul ritorno alla fedeltà di una simbiosi con il cuore del fatto cristiano di ogni tempo. Già prima, altri teologi e maestri del pensiero cristiano, diversi influenti filosofi e uomini di lettere, per esempio in Francia e in Germania, tanti educatori, tanti fondatori di ordini, di nuove espressioni di vita comunitaria, di associazioni e movimenti, avevano dato il loro contributo per sperimentare modi originali secondo cui promuovere una vita cristiana rianimata dalle sue basi, riconciliata con il mistero della liturgia, rimessa in collegamento con le sue fonti e il suo contenuto essenziale. Tutti questi fermenti dispersi avevano dissodato il terreno. Avevano preparato un clima che incitava a osare di più, a rimettere in discussione le posizioni di rendita e le antiche, ma ormai screditate sicurezze per lanciarsi lungo sentieri inediti, con tutti i rischi e le incertezze spigolose che un percorso inesplorato poteva comportare. Arrivati agli anni Sessanta, il Concilio è stato un tentativo per andare oltre la recriminazione, imboccando la via di un rinnovamento destinato a cambiare in profondità il volto della Chiesa, ricca della sua lunga storia e della sua dottrina, ma chiamata in un certo senso a ridefinire se stessa.

Le scelte da adottare non furono però l’oggetto di una piatta armonia di vedute. Sia durante il Concilio, sia, ancora di più, nella fase successiva della sua applicazione, cioè della traduzione in termini normativi estesi alla globalità dell’organismo cristiano, si svilupparono discussioni e controversie su ciò che doveva comportare il rilancio della presenza della Chiesa nel mondo contemporaneo. Emerse il largo pluralismo di opzioni teologiche e di sensibilità culturali tutt’altro che allineate, anche ai vertici gerarchici più elevati della cattolicità legata a Roma. I contrasti erano stati in parte ricomposti attraverso il lavoro collegiale dei dibattiti interni al Concilio. Fu possibile in ogni caso giungere a mediazioni in cui si riconobbe la maggioranza delle rappresentanze delle Chiese locali insieme ai portavoce della cerchia papale. Una serie notevole di raffinati testi autorevoli furono alla fine approvati e dettarono la linea maestra del Magistero nei decenni seguenti.

 



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