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STORIA/ Vaticano II, ecco le 3 parole che spiegano il Concilio

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Anche se sulla interpretazione delle loro implicazioni e sul loro reale influsso ci sono ancora oggi forti divergenze intrecciate al giudizio che, voltandoci indietro, possiamo formulare a riguardo del mezzo secolo di storia segnato dal post-Concilio (ma forse più tra gli specialisti che si accapigliano con le loro schermaglie politico-culturali, che non nel coro molto più esteso del popolo cristiano guidato dai suoi pastori), una sintesi sul lascito che il Vaticano II ci ha trasmesso potrebbe essere ricondotta a tre parole-chiave da usare come slogan riassuntivo. Non le invento io, ma le riprendo dal racconto molto documentato e ben impostato che p. John W. O’Malley ha dedicato a Che cosa è successo nel Vaticano II (Vita e Pensiero, 2010): uno dei libri più recenti che, meglio di altri oggi disponibili, si propone di aiutare a fare memoria del significato racchiuso nell’evento che stiamo ora ricordando insieme.

La prima parola, per altro più sfuggente ed equivocata, è “aggiornamento”, che in effetti ha corso il rischio di essere abbassata, nel suo uso comune, all’idea di un adattamento del contenuto cristiano alle esigenze imposte dalla modernità così come essa si presenta, saltando il dovere di un giudizio sui vizi che questa include e indebolendo, così, la specificità di una proposta che deve essere irriducibile alle mode, chiamata non a inseguire le sirene del conformismo, in nome di disinvolte cosmesi di facciata, ma ad immettere nella sostanza della vita il lievito di una diversità capace di trasfigurarla dall’interno.

La seconda parola-chiave è “sviluppo”. Qui si scende più in profondità nel dinamismo di una esperienza cristiana veramente aperta al mondo. Racchiude l’intuizione che la continuità della tradizione della fede è un processo cumulativo di crescita, pari a quello di ogni vero organismo. Non basta rassegnarsi alla ripetizione del già dato. L’eredità ricevuta in dono o la si arricchisce, mettendola a frutto e progredendo, o la si lascia isterilire chiudendosi nell’immobilismo del sospetto, ripiegando nella fuga paurosa davanti all’emergere della novità.

La terza e più decisiva parola che ricapitola lo spirito di fondo del rinnovamento promosso dal Concilio è “ritorno alle fonti”. Le sfide del presente non sono dimenticate o scavalcate. Ma per resistere a un vuoto e rianimare un terreno arido occorre una ricchezza di vita nuova, ci vuole il soccorso di una fresca acqua di sorgente. La linfa non può essere attinta che risalendo al nucleo originario ed essenziale dell’impatto della fede cristiana nel mondo. È nella forza trascinante di questo patrimonio in cui si è tradotta l’esplosione della vita divino-umana di Cristo redentore, là dove viene ricucito il legame che tiene agganciati a Colui che è la fonte e il capo del corpo organico della comunione cristiana, che si nasconde il nutrimento fecondo di una coscienza solida e matura. 

Per continuare a offrirsi come provocazione incisiva dentro la realtà del mondo, la fede dell’uomo moderno deve solo avere la tenacia di recuperare dal fondo di sé il cibo necessario per non rimanere eternamente bambina.

 



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