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STORIA/ Vaticano II, ecco le 3 parole che spiegano il Concilio

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La mattina dell’11 ottobre 1962 si aprivano i lavori del Concilio Vaticano II: un fatto che può apparire oggi persino remoto, misurato sui tempi brevi della cronaca quotidiana, ma che in realtà costituisce uno degli eventi centrali della storia più recente, che ha plasmato il mondo di cui siamo parte. Per questo l’avvenimento del Concilio ci riguarda molto da vicino. Farne memoria, valutare l’eredità che ha lasciato, vuol dire continuare a interrogarsi sull’identità di ciò che siamo nel nostro presente e sottoporci a una sempre utile verifica.

In cosa consiste, andando alla radice del problema, il rilievo che dobbiamo attribuire al Vaticano II? In primo luogo, il Concilio è stato l’occasione di una decisiva presa di coscienza, un passaggio cruciale di crescita nel cammino della Chiesa del nostro tempo. Si potrà dire che si è trattato di una illuminazione maturata dall’alto e solo con fatica disseminata, più o meno fedelmente “metabolizzata”, nel corpo della cristianità dispersa in ogni angolo del pianeta. Oggettivamente, il vento nuovo del Concilio ha trascinato con sé, almeno all’inizio, gran parte dell’élite culturale e delle istituzioni di governo; si è distribuito capillarmente soprattutto ai piani alti dell’edificio, e qui ha raccolto le risorse necessarie per rimodellare, passo dopo passo, le forme del culto liturgico dei fedeli, la loro mentalità e il loro linguaggio religioso, il loro stile di presenza nel contesto sociale, il contenuto del loro dialogo con le forze che governano la vita condivisa dai cristiani con gli altri uomini. 

Resta il dato di fondo che la più grande assemblea ecclesiastica conosciuta dalla storia bimillenaria della cristianità, inaugurata da Giovanni XXIII e portata a termine da Paolo VI tre anni più tardi, nel 1965, rappresenta un momento indiscutibile di svolta nel ripensamento di ciò che significhi, oggi, essere “cattolici”, in rapporto al compito di portare una risposta positiva, fondata su una speranza certa e lieta, alle attese che fermentano nel cuore dell’umanità intera. Il fatto che per arrivare a questo esito sia stato necessario vincere obiezioni, dialettiche interne e resistenze che si sarebbero presto rivelate, nelle loro punte estreme, persino laceranti non annulla l’entità del risultato.

Vale la pena cominciare a gettare uno sguardo d’insieme sul cambiamento profondo di cui il Concilio è stato il vertice clamoroso. La prima cosa da sottolineare è che il Concilio non è fiorito miracolosamente nel deserto. Va visto piuttosto come lo sbocco di un lungo, tortuoso, spesso oscuro e contraddittorio movimento di sviluppo che aveva gettato le sue radici nel tessuto ramificato della Chiesa quanto meno a partire dalla fine dell’Ottocento, dopo l’uscita dall’Antico Regime dell’Occidente cristianizzato e l’avvio della fioritura di nuove forme di presenza dei cristiani nel grembo della società avviata a rendersi sempre più moderna. Il Concilio non si è fatto da sé. Vi si sono proiettate le crisi, le sconfitte e le dure sofferenze patite dalla coscienza religiosa alle prese con un mondo divenuto spesso indifferente e ostile, man mano si staccava dalla matrice che lo aveva generato e guadagnava la sua orgogliosa autonomia. 



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