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IDEE/ Ferraris e quei filosofi che hanno "paura" del male

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Caravaggio, Ragazzo morso da un ramarro (1595-6, particolare. Immagine d'archivio)  Caravaggio, Ragazzo morso da un ramarro (1595-6, particolare. Immagine d'archivio)

Io rispondo a Ferraris: i fossili nella loro inquetante lontananza sono nel pensiero e il mio gatto, nella sua enigmaticità inquietante e affascinante, è nel pensiero. Anche Ferraris, per parlarne, li pensa. Nel tentare di strappare fossili e gatto dal discorso che ne facciamo in quanto esseri umani, Ferraris li sospinge fuori dal pensiero. Li pensa fuori – tuttavia pensandoli.

La posta in gioco di questa discussione non è tanto una nozione di realtà, quanto una nozione di pensiero. Il pensiero, io credo, non è tanto e solo il pensiero interpretante, ma è relazione originaria con l’altro. Tale “altro” può essere concepito in molti modi: l’altro uomo, l’oggetto del mio desiderio, la minaccia in cui mi imbatto e che mi schiaccia, Dio, esistente o meno che sia. C’è inoltre un’alterità più radicale che passa attraverso di me e mi costituisce. Quando dico “io” mi rapporto a ciò che mi sfugge, da cui dipendo, da cui non riesco a strapparmi e che non è pensabile come una “cosa”.  

Questa mossa di Ferraris è conseguenza del fatto che per lui il non (il negativo) e l’altro (l’alterità, la differenza) sono concepiti fuori dal pensiero. Non ci troviamo tanto di fronte ad una interpretazione, ma ad una chiusura (conscia o inconscia poco importa) dell’ambito, dell’orizzonte stesso del pensiero. Auto-chiudendomi dico che l’altro è fuori di me.

Perché questa mossa? Qual è il suo movente? A me sembra che il programma neo-realista sostenuto da Ferraris e da altri teorici convergenti su tale prospettiva sia determinato dal tentativo di evitare lo scontro di interpretazioni che, nell’impossibilità strutturale di una pace stabile e sicura, spinga alla violenza e alla guerra.

Non credo personalmente che tale neo-irenismo illuminista (ammesso che sia effettivamente ciò a muovere Ferraris) possa evitare futuri scontri di civiltà e/o di religione. La “tabula rasa” e l’assenza di interpretazioni espongono anzi più facilmente, io credo, all’arbitrio e alla dittatura.

Credo invece che solo il coraggio ed insieme l’umiltà, anch’esse strutturali nell’umano, di correre il rischio del negativo, di una alterità irriducibile che mi attraversa, possa essere via ad un dialogo e a una unificazione pur misurata nella sua impossibilità.

Si tratta di esperire una forma di sapere che non sia data dalle visioni del mondo, dai punti di vista: uno stile di pensiero che metodologicamente possa prescindere dalla proprietà, dal dominio del senso delle cose (naturali o sociali poco importa). Mi riferisco ad uno stile di pensiero che si costituisca originariamente come un domandare, un interpellare che susciti l’altro ed accetti di essere suscitato.

In questo crinale, sempre da riscoprire (attivo nella tradizione greco-cristiana del pensiero) la realtà può farsi innanzi non come una cosa, un feticcio, ma come la sorprendente (liberante o anche inquietante) riformulazione dei modi del nostro sapere.

 



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