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IDEE/ Ferraris e quei filosofi che hanno "paura" del male

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Caravaggio, Ragazzo morso da un ramarro (1595-6, particolare. Immagine d'archivio)  Caravaggio, Ragazzo morso da un ramarro (1595-6, particolare. Immagine d'archivio)

Torna saltuariamente fuori il dibattito sul “nuovo realismo”, inaugurato da Ferraris con il Manifesto del nuovo realismo comparso su Repubblica nel 2011. Emanuele Severino per esempio ha scritto sull’argomento nella rubrica “La lettura” del Corriere della Sera del 16 settembre scorso. Maurizio Ferraris (Repubblica, 18 settembre) e Gianni Vattimo (Corriere, 21 settembre) hanno risposto e rilanciato idee sulla questione. Seguiranno, vien da pensare, ulteriori interventi.

Che cosa si intende in filosofia per realismo? Si intende una teoria secondo cui la ragione umana può conoscere la realtà: cioè le cose, il mondo. Così si potrebbe riassumere la tesi di Ferraris: dopo Nietzsche e la filosofia contemporanea – più o meno post-moderna – la realtà è diventata inattingibile se non attraverso il filtro delle interpretazioni, dei punti di vista. È quindi in primo piano il soggetto che interpreta, con il conseguente relativismo. Per fondare la conoscenza bisogna invece basarsi su un punto di riferimento semplice, comune e condivisibile, che sarebbe la realtà stessa, le “cose”, prima e al là di una interpretazione.

Secondo Ferraris intorno al Sessantotto le “interpretazioni” generalmente lottavano contro una cultura borghese dominante, contro una metafisica ideologica. Ora il processo sembra invertito e la danza e il conflitto delle interpretazioni sembrano funzionali al predominio di un potere autoritario. 

Si tratta di vedere quali linguaggi e quali filosofie possono sostenere l’impresa di tale istanza “realistica”.

Severino attacca in modo perentorio e commenta, anche al di là del dibattito promosso da Ferraris, la debolezza del contesto teorico internazionale che sembra non possedere più delle bussole di riferimento. Tale contesto ignora Heidegger, ignora il nostro Giovanni Gentile, gigante della filosofia del XX secolo e sembra un po’ infantilmente ignorare che, nel proporre una concezione condivisibile di realtà, diciamo al di là del relativismo delle interpretazioni, della cosiddetta “realtà” comunque “se ne parla”, “la si pensa”. Questa è la forza inoppugnabile dell’idealismo nella grande tradizione filosofica dell’Occidente che, da Parmenide a Bontadini, allo stesso Severino, rilancia l’intreccio indissolubile tra la realtà e il pensare. Gli idealisti hanno in questo ragione: non si può far finta di non pensare e poi, pensando, guardarsi (cioè pensarsi) come dal di fuori.

Ferraris risponde a Severino: capisco le ragioni dell’idealismo. Ma oggi la frontiera tra il pensiero e la realtà è cambiata: nel post-moderno la realtà, le cose, “sono socialmente costruite”, sono cioè effetto di manipolazioni interpretative e mediatiche. Occorre perciò un nuovo realismo che ci faccia ri-ottenere le cose prima e al di là di questi giudizi. Così argomenta Ferraris: i fossili esistevano prima di noi, prima che noi li pensassimo e li ricostruissimo nel nostro pensiero e nelle nostre interpretazioni. Quando giochiamo con il nostro gatto ci rendiamo conto che lui è diverso, impenetrabile nella sua natura, prima e al di là di ciò che ne pensiamo.



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