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LA STORIA/ I due amici che fecero la "rivoluzione" del Concilio Vaticano II

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Il Cardinale Karol Wojtyla nel 1972 a Vienna (InfoPhoto)  Il Cardinale Karol Wojtyla nel 1972 a Vienna (InfoPhoto)

Il criterio di fondo che se ne ricava e al quale Wojtyła darà ampio seguito nel suo pontificato è che antropocentrismo e cristocentrismo non solo non si escludono l’un l’altro, ma che si richiamano a vicenda. Dall’impugnare metodologicamente questo criterio nascerà un modo nuovo di dire “uomo”. Da questo punto di vista, coloro che accoglieranno in maniera retta l’antropologia del Vaticano II, si distingueranno in maniera incontrovertibile per il modo in cui pronunceranno proprio la parola “uomo”: fuori dal pessimo dualismo in cui si era cacciata la “neoscolastica” al seguito di una erronea interpretazione di san Tommaso e altrettanto fuori dall’unità fideistica propugnata dalla Riforma, che a causa dell’unilateralità di accento aveva inintenzionalmente originato l’antiumanesimo dei secoli XIX e XX.

Henri de Lubac aveva già posto le premesse del punto di unità della «verità sull’uomo» nel suo studio, fondamentale per tutto il novecento cattolico: Il mistero del soprannaturale. Karol Wojtyła si impegnerà negli anni successivi al Concilio a dar seguito a quella antropologia unitaria recuperando la verità centrale sull’uomo che è racchiusa nel suo essere persona. Così scriveva nel febbraio del 1968 all’ormai suo amico De Lubac: «Dedico i miei rarissimi momenti liberi ad un lavoro che mi sta a cuore e che è consacrato al senso metafisico e al mistero della persona. Mi sembra che il dibattito si ponga attualmente a questo livello. Il male del nostro tempo consiste in primo luogo in una specie di degradazione, addirittura di polverizzazione dell’unicità fondamentale di ogni persona umana. Questo male è molto più di ordine metafisico che di ordine morale. A questa disintegrazione talvolta pianificata da ideologie atee, noi dobbiamo opporre, invece di sterili polemiche, una specie di “ricapitolazione” del mistero inviolabile della persona. Credo fermamente che le verità battute in breccia si impongano con maggior evidenza a quelli che ne sono spesso vittime involontarie …». L’anno successivo uscirà il testo unanimemente riconosciuto come il suo capolavoro: Persona e atto.

Per intendere quanto questa linea che univa Henri de Lubac e Karol Wojtyła fosse rilevante, è sufficiente riprende un passaggio cruciale del discorso di chiusura del Concilio, tenuto da papa Paolo VI: «L’umanesimo laico profano alla fine è apparso nella terribile statura e ha, in un certo senso, sfidato il concilio. La religione del Dio che si è fatto uomo s’è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio. … Date merito al concilio in questo almeno, voi umanisti moderni, rinunciatari alla trascendenza delle cose supreme, e riconoscerete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo» (7.12.1965). E poi ancora: «Per conoscere l’uomo, l’uomo vero, l’uomo integrale, bisogna conoscere Dio» (ibidem).

 



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