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LETTURE/ Chi decide quello che leggiamo?

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Cicerone (infoPhoto)  Cicerone (infoPhoto)

Non ha senso condannare La Motte o Monti solo perché “traducevano” da una lingua che  conoscevano, o perché si sentissero in diritto di migliorare l’originale anche se si tratta di un testo sacro della nostra tradizione. Ricordo che La Motte era già membro dell’Académie Française da cinque anni quando compariva la sua Iliade depurata, mentre Monti era uno degli scrittori più importanti dell’epoca. I loro atteggiamenti sarebbero criticati oggi, ma erano una strategia possibile nel dibattito culturale di Parigi a cavallo fra il Seicento e il Settecento o dell’Italia di fine Settecento.

Questa storia conferma che le norme che si applicano alle traduzioni sono costrutti culturali e non leggi di natura, di conseguenza è scontato che cambino con una certa frequenza, in rapporto con gli altri discorsi che circolano nella cultura. Prendiamo per esempio l’altra norma moderna che prevede di non attribuire un testo tradotto ad altri se non all’autore dell’originale. Questa norma riflette e rafforza l’ideologia oggi prevalente, secondo la quale anche gli oggetti immateriali come una canzone o una poesia hanno un proprietario così come ce l’hanno una casa o un’automobile. Ma le cose non stanno così da sempre: il concetto di proprietà intellettuale è esso stesso un costrutto culturale. E infatti Chaucer si sentiva libero di tradurre i sonetti italiani senza necessariamente informare i suoi lettori che stavano leggendo una traduzione. Ma del resto all’epoca di Chaucer si riteneva che da un certo punto di vista le parole e le idee fossero di tutti. 

Dunque l’idea stessa di traduzione e le norme che la regolano sono oggetti culturali che entrano nel più ampio discorso ideologico nel quale vivono. E quindi, da questi punti di vista, l’ideologia ha molto a che fare con la traduzione. In questo senso l’aspetto ideologico indirizza le scelte degli autori e le forme che adottano. Un esempio emblematico è il caso della traduzione del Diario di Anna Frank in tedesco confrontato con la versione originale in olandese del 1947. Molte delle diversità fra le due versioni e le omissioni della versione tedesca dipendono essenzialmente da aspetti ideologici.

In effetti possiamo dire che esistono meccanismi interni ed esterni che controllano il sistema letterario. Quelli interni appartengono a critici, interpreti, professori e traduttori che determinano la marginalità di un’opera in quanto non letteratura o non gradita all’ideologia dominante. Quelli esterni sono quelli delle persone e delle istituzioni che controllano la produzione e ricezione della letteratura, che André Lefevere ha chiamato patronage. Il patronage implica un componente ideologico che riguarda la forma e il contenuto dell’opera, un componente economico che riguarda le vie con cui si forniscono mezzi di sussistenza all’artista, un componente di status con il quale l’artista che accetta il sistema dominante entra a far parte dell’élite sociale. 

Accettare il patronage presuppone che uno scrittore o un traduttore operi entro i parametri stabiliti dai mecenati e che abbia la volontà e la capacità di legittimare lo status e il potere dei mecenati stessi. Il sistema impone dunque degli obblighi che coinvolgono il linguaggio stesso in cui un’opera è scritta, le convenzioni del testo, i generi letterari, l’universo del discorso. Da questo deriva anche l’importanza delle istituzioni fra le quali è centrale il sistema educativo, come importanti sono le case editrici perché filtrano il tipo di letteratura che passa in un certo periodo e determinano lo stile della lingua da adottare in una traduzione.



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