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STORIA/ Così Benedetto XVI ha risolto lo "scandalo" del Concilio

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Benedetto XVI (InfoPhoto)  Benedetto XVI (InfoPhoto)

Che cosa significa questa introduzione del tempo nella relazione fra l’uomo e la verità? Se nella relazione fra l’uomo e la verità c’è di mezzo il tempo, ciò non è dovuto al fatto che la verità abbia una costituzione storica; piuttosto, l’introduzione del fattore temporale è dovuta all’uomo, per il quale il tempo è una imprescindibile condizione ontologica. Ciò che caratterizza l’uomo è il fatto che il suo essere non è qualcosa di statico e di perfettamente compiuto, ma qualcosa che continuamente si avvera nel tempo non essendo ancora in atto quel che è in potenza, ma divenendolo continuamente. 

Solamente attraverso questa dinamica l’uomo si può realizzare, e in essa risulta decisiva l’azione, perché l’azione, ossia l’atto di un soggetto libero e consapevole, è il momento principale attraverso cui il “divenire” umano si compie, a differenza di quello che avviene nelle altre creature che non sono né libere né consapevoli, ma guidate dall’istinto. Per tale motivo la verità deve accettare di affidarsi, per così dire, all’azione dell’uomo, ma ciò implica anche l’accettazione di manifestarsi nel tempo e attraverso il tempo, senza però che ciò significhi la sua generazione ad opera del tempo. Questo statuto della verità la mette in stretta connessione col fattore della libertà perché, come si è appena detto, non vi sarebbe azione se non si desse un agente libero. In conclusione, l’annotazione che la Dignitatis humanae fa in ordine alla relazione fra verità e tempo comporta l’introduzione e l’approvazione della libertà come momento necessario per la stessa verità, evitando però ogni riduzione storicistica della verità medesima. 

Il più importante elemento che emerge da questo tema della relazione fra verità e libertà è la tesi che la sede del dramma della verità sia rappresentata dalla coscienza umana, e che ciò implica che la “forza” della verità debba essere intesa non in senso esteriore e diretto, ma in senso interiore e simbolico. La verità viene qui pensata come qualcosa che vive e si comunica solo nella misura in cui la coscienza umana, nel tempo, entri in rapporto con essa e l’accetti liberamente. Se, dunque, la relazione fra la libertà e la verità ha come sua sede la coscienza, la sua “forma” appropriata sarà quella del dovere morale, e con ciò il cerchio si chiude. La ricomparsa del tema del dovere così guadagnato, segnala che siamo di fronte non ad una posizione illiberale, ma a una concezione della libertà fortemente qualificata in senso anti-relativistico. Ciò che opera in questa concezione non è una visione autoritaria del rapporto fra la coscienza e la verità, ma una sostanziale fiducia sulla possibilità di una relazione positiva fra di esse, una visione fortemente anti-scettica da cui, per l’appunto, prende avvio il tema della doverosità della ricerca della verità. 



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