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STORIA/ Così Benedetto XVI ha risolto lo "scandalo" del Concilio

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Benedetto XVI (InfoPhoto)  Benedetto XVI (InfoPhoto)

Un’ultima annotazione deve essere fatta rispetto ad un altro rischio che l’appello alla coscienza potrebbe contenere, quello di un fondamentale solipsismo della stessa coscienza. La Dichiarazione ne è perfettamente consapevole e, dopo avere di nuovo ricordato che “ognuno ha il dovere e quindi il diritto di cercare la verità”, precisa che “la verità, però, va cercata in modo rispondente alla dignità della persona umana e alla sua natura sociale: e cioè con una ricerca condotta liberamente, con l’aiuto dell’insegnamento o dell’educazione, per mezzo dello scambio e del dialogo con cui, allo scopo di aiutarsi vicendevolmente nella ricerca, gli uni rivelano agli altri la verità che hanno scoperta o che ritengono di avere scoperta”. 

Dunque, la coscienza è, in forza della natura relazionale dell’uomo, essenzialmente comunicativa; per la coscienza che si misura con la verità non è data una prospettiva di titanica solitudine, ma quella di una feconda relazionalità, ossia il convincimento che il rapporto della coscienza individuale con la verità debba passare attraverso una relazione fra le coscienze, e quindi attraverso la conversazione fra le persone umane e la reciproca comunicazione delle rispettive ipotesi di verità. Qui, sia detto per inciso, riposa anche tutto il valore, o meglio la necessità umana dell’educazione.

In conclusione, nel suo nucleo essenziale la Dichiarazione ci ricorda che fra verità e libertà non vi è contraddizione di principio, ma possibilità di fecondo rapporto, a condizione, però, che l’uomo interpreti correttamente la propria natura che è quella di un essere comunionale, un essere costituito nella relazione, dalla relazione e per la relazione. Imago del Dio Uno e Trino.

 



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