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LEOPARDI/ Quel canto (di fede) che "redime" il nulla

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L‘esperienza del desiderio sembra riassumere e descrivere quel tendere; scriveva ancora nel '23 al letterato belga A. Jacopssen, conosciuto nel viaggio a Roma: "Nell’amore, tutti i godimenti che provano le anime volgari, non valgono il piacere che dà un solo istante di rapimento e di emozione profonda. Ma come fare perché questo sentimento sia duraturo o che si rinnovi spesso nella vita? Dove trovare un cuore che corrisponda? Molte volte ho evitato per qualche giorno di reincontrare l’oggetto che mi aveva affascinato… Sapevo che quell’incanto sarebbe stato distrutto dall’impatto con la realtà". Poi esclama, mettendo in luce la radice di tutte le riflessioni: "Ma cos’è dunque la felicità, mio caro amico? E se la felicità non c’è, cos’è dunque la vita?" Una domanda che esplode come grido, non una interrogazione scettica sulla esistenza. 

Leopardi è stato definito il poeta del desiderio, ma questo non definisce solo la mancanza di cui è segno e per cui viene interpretato nella linea più negativa del pensiero moderno, quasi antesignano del nichilismo attuale. No, Leopardi rivendica la pienezza di cui quel desiderio è segno, quasi avesse letto un incredibile passaggio di Tommaso nel suo commento alla Metafisica di Aristotele. Il movimento del desiderio umano spiega l’atto per cui si passa da uno stato di quiete ad uno di moto; ma ciò che muove è il presentimento di uno stato di maggior benessere e collegandosi, poi, alle prime parole della Metafisica ("Tutti gli uomini per natura desiderano sapere"), continua Tommaso nel suo commento: "Dio si muove 'quasi amatum' perché non si riferisce al desiderio di un’assenza ma di una presenza".

Il passo di Tommaso prosegue, ma quello che importa mettere a fuoco è una intuizione del filosofo Augusto Del Noce sulla religiosità di Leopardi, in cui citando Michele Federico Sciacca, scrive: "Il Leopardi 'ateo' è una grande anima religiosa proprio per il motivo che esclude ogni soluzione terrena e storica del problema del destino dell’uomo; con ciò stesso egli riconosce implicitamente che nessuna di queste soluzioni può sostituire quella cristiana, la sola integrale"; e prosegue affermando che nel pessimismo di Leopardi si esprime la critica più sofferta e radicale all’ottimismo dell’illuminismo (pur rimanendo impastato, immobilizzato dal materialismo del sensismo illuministico), legando perciò la sua critica a quella di Pascal; e cita ancora Sciacca: "Leopardi è vicino a Pascal in quanto ne verifica il pensiero, nel senso che demolisce tutti i falsi surrogati della Redenzione creati dall’illuminismo: progresso, scienza, mito dell’avvenire, lumi della ragione, bontà della natura".  



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