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LEOPARDI/ Quel canto (di fede) che "redime" il nulla

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La sedia di Vincent Van Gogh per il pensatore e teologo Romano Guardini, o le mele di Paul Cezanne per il pittore William Congdon sono immagini che rappresentano la realtà nella sua grandezza e profondità, tanto da diventare "cifre", segni di un mondo e di una particolare visione di esso.

Sicuramente nella poesia leopardiana l’immagine della musica e del canto è uno dei segni più immediati di quella grandezza e profondità d’animo del poeta recanatese. "sonavan le quiete stanze al tuo perpetuo canto …" nello stesso atto poetico, che sceglie le parole per la musicalità che recano con sé, è il segreto della bellezza e dell’armonia musicale leopardiana; come, del resto, nella prima strofa, "Silvia rimembri ancor …", tutto dice un Tu, amato e vagheggiato fin nel suono delle velari (v) e delle sibilanti (s) che ripetono quel dolce nome, Silvia, segno e senhal di una giovane conosciuta di lontano. In quei versi il suono si contrappone a quiete ed in "quiete" c’è il suono di lei, del Tu, come pure negli aggettivi e nella parola stessa (quiete / stanze / tuo / perpetuo / canto).

La poesia per Leopardi è, dunque, un canto e, direbbe Dante, l’azione stessa di cantare in cui si rifà l’esperienza di ciò che la realtà, un paesaggio, un suono, un volto aveva suscitato nel suo cuore e che nell’atto poetico riaccade.

Cosa c’è dietro alle parole del testo che ne tramano la struttura visibile? Evidentemente la lettura "archeologica" ritrova la loro originaria espressione, quella dei Salmi, quella dantesca e quella della tradizione lirica italiana, la linea petrarchesca-tassiana che arriva fino all’altro grande poeta "romantico", Ugo Foscolo; ma più profondamente dietro alle parole c’è una visione della realtà, quasi un sussulto davanti ad essa, i Greci avrebbero detto un "entusiasmo", cioè un "essere in dio", un trascendersi. Non si sta parlando di uno stato d’animo, bensì, come è stata definita da Luigi Giussani, di una sublimità del sentire, per cui la realtà appare, si manifesta presaga, carica di promessa, piena d’una possibile e duratura felicità. Tanto è grande questo presentimento che esso trasfigura l’esperienza stessa del limite e del dolore, della tristezza vissuti dal poeta nel suo borgo.

Scriveva all’ amico lontano Pietro Giordani (autorità riconosciuta nel campo delle belle lettere e degli studi classico-puristi): "Qui …tutto è morte … A tutto questo aggiunga l’ostinata nera orrenda barbara malinconia che mi lima e mi divora. So bene io qual è, e l’ho provata, ma ora non la provo più quella dolce malinconia che partorisce le belle cose, più dolce dell’allegria…" (A Pietro Giordani, 30 Aprile 1817). Cosa permette questa tensione al giovane Leopardi così lucidamente cosciente del suo stato, rinchiuso nel borgo di Recanati e sognante "nuove terre al di là di quei monti"? 



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