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RUSSIA/ Chi può salvare l'uomo quando è stanco di se stesso?

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In occasione del Convegno annuale, promosso da Russia Cristiana, Est-Ovest: La crisi come prova e provocazione. Al bivio tra negazione e riscoperta dell’io, che si svolge a Milano il 19-20 ottobre, presentiamo una sintesi dell’intervento di Adriano Dell’Asta, Direttore dell’Istituto italiano di cultura a Mosca.

Siamo in un campo di concentramento sovietico, un gruppo di prigionieri mutilati sta consegnando gli oggetti personali; tra questi ci sono le loro protesi; ad un certo punto viene il turno di un detenuto che ha questo scambio di battute con l’addetto all’operazione: «“Sicché, quello il braccio, quest’altro la gamba, poi un orecchio, una schiena, e questo qui l’occhio. Finiremo per mettere assieme un corpo intero. E tu cos’hai da darci?”. Ero nudo e mi esaminò attentamente. “Che cosa consegni? L’anima?”. “No” gli dissi. “L’anima non ve la do”». L’attualità del concetto di persona che caratterizza il pensiero russo del XX secolo sta tutta in questo passo dei Racconti di Kolyma di Varlam Šalamov: l’uomo è un essere irriducibile. Non che abbia qualcosa di irriducibile, è lui stesso irriducibile; non è una cosa o una somma di cose, non vale per qualche virtù particolare o per la somma di tutte le virtù, ma proprio in quanto persona.

La sconvolgente esperienza di uomini passati attraverso la violenza del totalitarismo è la scoperta, nel proprio intimo, di una «sorta di nucleo che nulla riesce a toccare», per usare un’espressione del filosofo Nikolaj Berdjaev, che pure visse nel 1922 l’esperienza del «Terrore rosso», fu sottoposto a interrogatori da Dzeržinskij («l’uomo che aveva creato la Ceka, era un nome insanguinato che terrorizzava tutta la Russia»), e d’altro canto attestava lui stesso di avere un’«anima malata», parlando di «turbamenti emotivi»; ebbene, se fra simili contraddizioni Berdjaev seppe dar prova di tanta fermezza il motivo va evidentemente cercato in qualcosa di diverso rispetto alle virtù o ai difetti personali.

È il paradosso più volte ricordato da Solženicyn; uno dei suoi personaggi, rivolgendosi a un alto esponente del regime, osserva: «Voi siete forti soltanto nella misura in cui non togliete agli uomini tutto. Ma un uomo a cui avete tolto tutto non è più in vostro potere, è di nuovo libero». In contrapposizione all’uomo sovietico, che «suona con orgoglio» (come diceva una canzone propagandistica di regime), queste persone sono degli «scossi» (secondo un’espressione di un altro autore dell’Europa orientale, il filosofo ceco Jan Patocka): uomini toccati e profondamente mutati dalla scoperta che l’uomo non è solo, non è padrone e creatore della propria vita e del mondo, ma ha un «fondamento primo» che è altro da lui e di cui ha «nostalgia»; uomini che, proprio grazie a questa scoperta, hanno capito che non possono essere schiavi di niente e di nessuno che sia di questo mondo, né delle proprie voglie, né delle voglie del potere, e quindi resistono; proprio questo scotimento dà alla loro persona un «io» stabile attraverso tutti i mutamenti.



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