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J'ACCUSE/ Barcellona: da Eco a Saviano, gli intellettuali che "lavorano" per la crisi

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Roberto Saviano (InfoPhoto)  Roberto Saviano (InfoPhoto)

Non c’è dubbio che Saviano sia un efficace narratore e che le rappresentazioni della penetrazione criminale nella nostra società civile e politica da lui offerte colgano per molti aspetti un lato drammaticamente oscuro della nostra vita nazionale; ritengo tuttavia che non abbia molto senso costruire trasmissioni televisive sulla reiterazione di denunce già note e senza che alla fine se ne possa trarre una qualche ipotesi per uscire da questa sorta di cerchio maledetto. Non è per nostalgie pedagogiche del ruolo degli intellettuali, ma per un’evidenza banale: un intellettuale è veramente tale se partecipa alla vita del suo Paese, solo se ciò che dice e rappresenta stimola la creazione di nuovo pensiero e la capacità di reazione alla sensazione di impotenza che i cittadini percepiscono in una società di massa.

Vorrei chiedere a Eco, a Saviano e a tutti quelli che fanno le stesse operazioni in vari talk show di intrattenimento, come l’ultima puntata dell’Infedele di Lerner dedicata alla corruzione lombarda, se ritengono in questo modo di aprire la mente dei telespettatori e degli utenti a pensieri e a immaginazione capaci di dare una qualche ragione di speranza nel futuro. Devo dire onestamente che le trasmissioni di mera denuncia e rappresentazione dell’informe ammasso di macerie che ci circonda contribuiscono soltanto ad avvelenare l’anima e, semmai, spingono alla diserzione da ogni forma di impegno, a causa dell’impraticabilità di ogni percorso alternativo a ciò che accade giornalmente. Ci sarebbe a lungo da ragionare sul modo in cui questo sistematico avvelenamento dell’aria che respiriamo alimenta il populismo dell’antipolitica e la facile demagogia di chi propone di sfasciare tutto. 

A mio parere, è proprio questo il segno del successo del capitalismo nichilistico di cui in questi anni ha parlato Mauro Magatti. È questo il clima che rende le proposte politiche sempre più inconcludenti e che sembra prefigurare un esito elettorale in cui il non voto e l’astensione diventeranno il dato prevalente. Non vorrei riproporre il problema della ricostituzione di una sfera pubblica in cui rifondare una qualche regola e qualche principio di etica sociale, desidero però sottolineare che questo genere di atteggiamenti negativi e distruttivi sono i migliori alleati di quei famosi poteri forti che continuano ad espropriare i popoli delle proprie capacità di scelte democratiche. Solo raramente mi capita di ascoltare qualche intervento in cui, per cercare di capire questo degrado e questa fine ingloriosa della politica, si prova a mettere sotto accusa l’effetto criminogeno della finanziarizzazione della vita umana e dell’illecito generalizzato, perpetrato dai grandi gruppi finanziari nei confronti dei consumatori e dei risparmiatori. 

Soltanto lo scorso anno fa, in questo stesso Paese sciagurato, si è vista una grande mobilitazione popolare che è riuscita, scavalcando le oligarchie dei partiti, a fare eleggere sindaci, a Milano come a Napoli, espressione nei fatti di una nuova volontà di partecipazione specialmente dei giovani, tanto da fare sperare che fosse iniziata una fase di svolta della nostra vita pubblica. Se si riflette su questo passato così recente ci si accorge che la situazione non è così statica o destinata ad una stagnazione in cui il potere è nelle mani dei farabutti, ma esprime tendenze trasformative capaci di opporre resistenza alla mercificazione di ogni aspetto della politica e della vita umana. Sembrava essere tornata in campo la passione per il fare insieme, per costruire progetti e percorsi alternativi, quella passione che la diffusione del virus del pessimismo totale spegne inevitabilmente sul nascere. 



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COMMENTI
20/10/2012 - Passione e ragione nel giudizio storico-politico (Salvatore Ragonesi)

Come al solito, Pietro Barcellona dimostra di essere un grande intellettuale che produce idee, pensieri e ragionamenti e che costringe a riflettere, a pensare e ad approfondire i propri concetti. In questo intervento le cose che colpiscono sono tante e tutte meriterebbero di essere recuperate in positivo per un ulteriore ripensamento critico. Io mi limito, per mancanza di spazio, a commentare la sua visione stranamente "antimilanista" in virtù della quale "non dovremmo mai dimenticare che Milano è stato il luogo in cui si sono sviluppate le iniziative più perniciose per il Paese", dal fascismo al berlusconismo, passando per il craxismo; ma ignorando, e non è un caso, il leghismo della prima ora, quello che in effetti costituisce il fenomeno più scandaloso e orribile in una città e in una regione intellettualmente e culturalmente all'avanguardia. A Milano bisogna riconoscere, invece, la sua enorme forza culturale, quella che permise al più famoso concittadino di Pietro Barcellona, Giovanni Verga, di trovare tutte le condizioni per sviluppare il suo verismo e le sue qualità letterarie. A Milano è necessario attribuire la capacità di attrazione, aggregazione e unificazione nazionale sotto l'aspetto economico, politico e culturale, assieme a quell'altro faro di civiltà che è Firenze. Ovviamente, le volgarità e le contraddizioni non sono mancate sia nell'uno che nell'altro centro di irradiazione. Perciò ritengo che Barcellona debba essere più prudente nello svolgere le sue considerazioni appassionate.