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J'ACCUSE/ Barcellona: da Eco a Saviano, gli intellettuali che "lavorano" per la crisi

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Roberto Saviano (InfoPhoto)  Roberto Saviano (InfoPhoto)

Per questo penso che si debba andare comunque a votare, per protestare contro gli istigatori alla fuga da ogni impegno. Penso che la prima questione morale del Paese sia mettere sotto accusa una generazione di intellettuali che, nonostante i successi e i privilegi, ha mantenuto un atteggiamento di puzza al naso per ogni forma di impegno sociale che evocasse anche i vecchi temi della lotta di classe, come scrive Luciano Gallino. Non la lotta del lavoro contro il capitale del vecchio capitalismo industriale, ma la rivolta della maggior parte degli esseri umani che continuano a sentirsi liberi da ogni ricatto moralistico e che hanno voglia di combattere contro l’arroganza e la rapacità dei grandi poteri che oltrepassano le frontiere nazionali. Qualcuno dovrebbe pure ricordare che la Goldman Sachs, che continua ad avere un ruolo preminente nella gestione della finanza mondiale, non è stata mai un’associazione di suore caritatevoli ma purtroppo il luogo in cui un gruppo di scellerati ha cercato di scaricare tutti i propri problemi sulle nuove generazioni senza potere e senza voce. 

Voglio capire come Umberto Eco e Roberto Saviano possono suggerire ai giovanissimi del nostro Paese e dell’Europa come non essere condannati da una politica economica che almeno da dieci anni nega il loro diritto di esistere. Più che sulle denunce del malaffare, che certamente inquina la nostra vita, voglio sentire cosa dicono i candidati alla leadership del Paese rispetto al problema del lavoro e della delinquenza finanziaria. Anche in questo caso è estremamente grave vedere più che processi di aggregazione, in cui magari si rinuncia alla propria esibizione personale, agitatori che riscuotono successo soltanto con messaggi di “rottamazione”. Se questa prassi inedita di fare campagna elettorale solo per la leadership dovesse continuare nei termini attuali, senza avere discriminanti programmatiche e senza messaggi mobilitanti, ci troveremmo di fronte all’abdicazione ad assumersi la responsabilità del proprio destino. Mi auguro che in Sicilia come in Italia ci siano presto delle proposte di merito capaci di offrire ragioni a chi continua a credere che la democrazia sarà pure un pessimo sistema di governo, ma resta il migliore di tutti gli altri possibili. 

 

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COMMENTI
20/10/2012 - Passione e ragione nel giudizio storico-politico (Salvatore Ragonesi)

Come al solito, Pietro Barcellona dimostra di essere un grande intellettuale che produce idee, pensieri e ragionamenti e che costringe a riflettere, a pensare e ad approfondire i propri concetti. In questo intervento le cose che colpiscono sono tante e tutte meriterebbero di essere recuperate in positivo per un ulteriore ripensamento critico. Io mi limito, per mancanza di spazio, a commentare la sua visione stranamente "antimilanista" in virtù della quale "non dovremmo mai dimenticare che Milano è stato il luogo in cui si sono sviluppate le iniziative più perniciose per il Paese", dal fascismo al berlusconismo, passando per il craxismo; ma ignorando, e non è un caso, il leghismo della prima ora, quello che in effetti costituisce il fenomeno più scandaloso e orribile in una città e in una regione intellettualmente e culturalmente all'avanguardia. A Milano bisogna riconoscere, invece, la sua enorme forza culturale, quella che permise al più famoso concittadino di Pietro Barcellona, Giovanni Verga, di trovare tutte le condizioni per sviluppare il suo verismo e le sue qualità letterarie. A Milano è necessario attribuire la capacità di attrazione, aggregazione e unificazione nazionale sotto l'aspetto economico, politico e culturale, assieme a quell'altro faro di civiltà che è Firenze. Ovviamente, le volgarità e le contraddizioni non sono mancate sia nell'uno che nell'altro centro di irradiazione. Perciò ritengo che Barcellona debba essere più prudente nello svolgere le sue considerazioni appassionate.