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HOBSBAWM/ Chi era lo storico che non rimpianse l'invasione "rossa" dell'Ungheria?

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Il presidente Usa J.F. Kennedy a Berlino nel 1963 (InfoPhoto)  Il presidente Usa J.F. Kennedy a Berlino nel 1963 (InfoPhoto)

Con Il secolo breve Eric J. Hobsbawm ha prodotto un “bestseller storico”, come Francis Fukuyama con La fine della storia. Non a caso entrambi i libri sono usciti in un’epoca che ha sancito il grande cambiamento del mondo contemporaneo. È difficile in effetti ascoltare discorsi e rievocazioni sul Novecento che non tengano conto di questi due libri, scritti da due autori tanto diversi per formazione e anche per spessore, dove il paragone resta solo nel successo del titolo. 

Non c’è dubbio che Eric J. Hobsbawm, morto ieri, 1° ottobre, a 95 anni (era nato ad Alessandria d’Egitto da padre inglese e da madre viennese) sia stato uno dei più grandi storici storici del Novecento. Il secolo breve (1994), così è stato tradotto in Italia nel 1995, è solo l’ultimo percorso di una lunga tetralogia, che parte da un’analisi che lo ha sempre appassionato, quella della “doppia rivoluzione”. Sarebbero state la rivoluzione francese e la rivoluzione industriale inglese a portare all’ascesa della borghesia e a creare il mondo moderno. L’affermarsi della borghesia comincia a metà del Settecento, si consolida nell’Ottocento (che Hobsbawm definiva il secolo lunghissimo), sostituendosi alla vecchia aristocrazia. È l’avvio dell’analisi di Eric Hobsbawm. Poi la corsa e il dominio sociale della borghesia si concludono, dopo la “belle époque”, con la tragedia della prima guerra mondiale, con il 1914. A questo punto nasce una nuova storia, comincia “il secolo breve” che, secondo Hobsbawm, è caratterizzato dalla nascita del comunismo e dalla sua lotta per imporre un modello alternativo alla società liberale e borghese. Per cui nel momento dell’implosione del comunismo, della sua fine come Stato e anche come ideologia, nel 1991, il ventesimo secolo appare corto: è durato 25 anni in meno del normale, ed è stato per questa ragione brevissimo. 

Questa visione e questa impostazione storica rivelava le simpatie politiche e ideologiche di Eric Hobsbawm, che egli ha sempre orgogliosamente difeso. Un marxista, un comunista iscritto al minuscolo partito britannico, che anche nel 1956, dopo l’invasione sovietica in Ungheria, non si dissociò come tanti suoi compagni di partito dalla carneficina che fecero i carri sovietici nelle strade di Budapest. Solo più tardi Hobsbawm sollevò alcune critiche contro l’Unione Sovietica e solo nel 1968 si dichiarò favorevole alla “Primavera di Praga”, che poi venne stroncata da un nuovo intervento sovietico. Rimase comunque orgogliosamente marxista, anche se su posizioni che potevano apparire eterodosse e che rivelavano anche un travaglio interiore, come appare nella sua lunga autobiografia uscita all’inizio del Duemila. 



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