BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

VATICANO II/ Ecco chi è stato a "dividere" la Chiesa tra destra e sinistra

Pubblicazione:

InfoPhoto  InfoPhoto

Fu così un racconto inedito e peraltro giornalisticamente accattivante quello offerto dalla stampa al mondo – si affermò, di fatto, proprio in questa occasione la professione del “vaticanista” – incline a offrire un’immagine un po’ stereotipata se non addirittura macchiettistica del confronto dottrinale tra i padri, in cui risultava in sostanza che l’istituzione, la quale più di quasi tutte le altre era stata percepita sino allora nella sua sacralità e intangibilità, vedeva posti in discussione i propri principi di autogoverno e l’autorevolezza medesima dei propri componenti. Così anche l’importante, legittima rivalutazione del laicato che sarebbe confluita in tutta la sua serietà ecclesiale in Lumen Gentium, ponendo anche le premesse per la maturazione dei nuovi movimenti ecclesiali della seconda metà del Novecento, fu presentata come una sorta di “rivoluzione” contro la gerarchia e il magistero.

Nell’Italia del boom economico l’impatto di questo messaggio dovette risultare dirompente, soprattutto sui giovani: era stato messo in discussione il principio di autorità persino dalla Chiesa, mentre dagli Usa giungevano gli echi delle rivendicazioni afroamericane e delle contestazioni antigovernative alla campagna militare del Vietnam. Bastò forse questo: gli universitari, i giovani in generale − e soprattutto le giovani – che erano cresciuti nel clima rasserenante della ricostruzione ma ancorato ai ruoli ottocenteschi, trovarono altre domande esistenziali e sociali, che in alcuni casi assunsero la forma di rivendicazioni rivoluzionarie. Negli anni che seguirono, dalla liberalizzazione sessuale alla trasformazione dei meccanismi famigliari, dal lavoro alla partecipazione culturale e politica, fu un intero “mondo antico” ad essere sorpassato da questo “tzunami” generazionale. E la Chiesa stessa, appena conclusa una forte esperienza comunque riformatrice quale l’assise ecumenica, si trovò a dover rincorrere una società civile che, pure per responsabilità a lei stessa estranee, le stava di nuovo sfuggendo.

Oltre al Concilio “dei giornali”, c’è stato – e c’è tutt’ora – quello degli storici. Il pontefice che condusse a termine il Vaticano II, il bresciano Montini, aveva dato disposizione che l’archivio del Concilio fosse da subito aperto agli studiosi, e in effetti il clima generale della comunità scientifica fu da subito caratterizzato dalla necessità di “fissare” e diffondere il corso degli eventi ed il loro significato, in primis attraverso i report cronachistici (i resoconti di Giovanni Caprile per La Civiltà Cattolica) mentre procedeva l’editazione degli Acta et documenta concilio oecumenico da parte della segreteria della commissione centrale del Concilio, e poi in opere storiograficamente sempre più impostate, alcune già alla fine degli anni 60. Allora, nel repentino fiorire degli studi teologici e storico-interpretativi, la Chiesa si predispose faticosamente ad attuare i dettami conciliari contenuti nelle costituzioni dogmatiche – una strada ancora oggi da completare, come ad esempio ammoniva già nel Duemila l’allora rettore dell’Università del  Laterano e oggi arcivescovo di Milano, il card. Angelo Scola. 

Negli anni 90 il dibattito si animò soprattutto per la pubblicazione della Storia del Concilio diretta da Giuseppe Alberigo, opera imponente per mole e numerosità dei contributori, radunante una serie di fonti (diverse orali) raccolte anche a latere del processo di approvazione degli schemi; nella “quarta” della nuova edizione, pubblicata quest’anno in occasione del cinquantenario conciliare, si legge che «… il segreto dell’opera, del suo perdurante interesse, è quello di avere storicizzato il concilio, rinunciando a letture pacificanti o incolori che costituissero un generico appiattimento di quella che fu invece una realtà viva, dibattuta, complessa, costellata di lotte e compromessi, di passioni e delusioni, ma anche di prospettive aperte che tuttora restano tali». Storicizzare l’evento, appunto, e secondo alcuni il rischio è stato però quello di arrivare persino a condizionarne le decisioni, ovverosia influenzarne la ricezione, specialmente attraverso la sua presentazione di fondo come evento di rottura piuttosto che di aggiornamento nella continuità.



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >