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VATICANO II/ Ecco chi è stato a "dividere" la Chiesa tra destra e sinistra

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Vale la pena qui rilevare che mai come nel caso dell’attuazione del Concilio i testi storico-interpretativi dell’evento possano aver finito per costituire materiale “sensibile” poiché, nel dare una rilettura delle vicende che portarono attraverso il dibattito in aula a fissare i testi definitivi degli schemi, essi potenzialmente andavano a toccare un processo recettivo ancora in corso dall’esterno, cioè interagendo sulle scelte pastorali, al di là dei meccanismi propri di trasmissione istituzionale della Chiesa dalla gerarchia al popolo di Dio. Ciò non significa, ovviamente, che non bisogna occuparsi della storia del Vaticano II, o che sia stato un errore farlo in passato, anzi la coscienza dell’evento è in sé probabilmente uno degli elementi principali utili alla comprensione della Chiesa contemporanea. Solo è necessario fare attenzione a considerare ogni lettura, in quanto tale, come una prospettiva condotta dagli studiosi con la propria sensibilità all’interno di una questione ecclesiale complessa, soprattutto non riducibile ai cliché propri della storia politica, laddove è chiaro che l’esperienza cattolica ha a che fare con una realtà a molti livelli – il più alto per chi ci crede, la fede in Gesù Cristo – e non si può pertanto costringere in visioni “parlamentarizzanti” riconducibili all’evocazione di presunte “destre” e “sinistre” ecclesiastiche.

Vi è infine un ulteriore recente sviluppo nella storiografia conciliare – e più in generale nella storia della Chiesa del Novecento – che deve far riflettere circa il rischio che comporta l’adozione di concetti definitori, ostili al normale lavoro revisionistico della ricerca: la crescente disponibilità di nuove fonti, spesso provenienti dai fondi personali e diocesani dei singoli presuli e prelati, convolti a suo tempo nell’Assise o dalle conferenze episcopali, che in molti casi se non vanno a smentire totalmente le tesi di fondo sull’evento conciliare, ne arricchiscono di sfumature spesso essenziali la trama storica, e non per provocarne un “appiattimento”, ma renderne la complessità in modo più attendibile. Ciò, ultimamente, per rendere conto del funzionamento naturale – e per chi ci crede soprannaturale – del corpo della Chiesa, che ricava attraverso la storia dalla molteplicità delle posizioni assunte dai propri protagonisti una sintesi sempre superiore anche se, soprattutto nei momenti di grande confusione, si può far fatica a intravederla tra le nubi stratificate della postmodernità. 

Forse per  questo, anche un po’ diversamente da quanto sostenuto recentemente da De Rita e Diotallevi sul Corriere della Sera, è ancora utile e persino necessario «rimestare da dentro» il Vaticano II – e del resto il lavoro dello storico è proprio quello di tornare su fonti e interpretazioni – mentre risulta semmai un poco inattuale, questa sì, la vecchia dipintura di clero e laicato divisi tra innamorati del Concilio e suoi detrattori, «fra progressisti e conservatori – afferma l’articolo citato –, cioè fra chi considera sempre più attuale quella mobilitazione di fede collettiva che il Concilio avviò; e chi considera invece necessario un anche crudo revisionismo delle scelte conciliari». Perché la Chiesa non è mai stata un parlamento, nemmeno durante il Concilio, ed anche le posizioni e i caratteri umani i più diversi e contrastanti, persino negli atteggiamenti tattici e politicheggianti  che possono aver assunto, non persero mai la coscienza di essere parte di un solo corpo mistico destinato alla Salvezza.  

 



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