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LETTURE/ Perché un grande amore non può darci la felicità?

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Un rapporto che non apra alle stelle puzza di chiuso, un amore che non spalanca all’universo ma pretende di esserlo marcisce. Al protagonista di Uomini e no succede la drammatica fortuna di incontrare una donna come Berta, che «non si rifiuta soltanto ad essere la creatura di un attimo», ma che «non vuole prendere accanto a lui, né concedergli, il posto dell’universo e di Dio». Che questo lungo e sincero amore non giunga al coronamento si rivela un’occasione provvidenziale: per scoprire che la persona che diciamo di amare non è la proiezione dei nostri sentimenti. Un po’ come quando capita che lui pensi a lei dalla mattina alla sera, senza che lei esista ancora: innamorato, più che dell’altra, del proprio innamoramento per lei (e non è un caso che, quasi sempre, quando si attenua il sentimento scompaia anche la persona amata: che dunque non era mai esistita, non era mai stata davvero un tu, offuscata dalle fluttuazioni dell’io). 

Ecco cosa mi cambia dopo aver letto un libro (incrementando il mio sguardo con quello di chi sa guardare meglio di me): che l’altro c’è, irriducibile, con una domanda con cui mi tocca fare i conti, a cui in nessun modo posso rispondere, e che pure urge una soddisfazione. Ora sono anch’io «di quelli che sanno, anche se i loro grandi amori sono destinati a non spegnersi mai, che qualche cosa esiste oltre la poesia e le sue foreste di poetici simboli: che qualche cosa e qualcuno esiste: che gli uomini esistono: non come creature di altri uomini, ma come creature di Dio».



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