BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

LETTURE/ Perché un grande amore non può darci la felicità?

Pubblicazione:

InfoPhoto  InfoPhoto

Cosa cambia in noi dopo aver letto un libro? Se anche il libro è bello, e ci lancia in profonde riflessioni, alla fine la nostra vita non rimane forse tale e quale? Potremmo affermare lo stesso di un film, di un cielo stellato, di un incontro importante: cosa cambia dopo? Il problema, tuttavia, non sta nell’oggetto, bensì nel nostro sguardo: con quali occhi entriamo in rapporto con quel libro?

Per esempio, io ho letto Uomini e no di Elio Vittorini senza nemmeno sospettare che quel romanzo nascondesse alcune dinamiche fondamentali dell’amore, decisive non soltanto per i suoi personaggi.

Ha saputo scovarle, invece, un poeta come Giacomo Noventa. Che in un saggio del ’46 intitolato Il grande amore scava nella storia del protagonista, dal nome in codice Enne 2, e del suo amore per Berta, l’unica persona che sembra possa dare senso a una vita che «ha il suo deserto intorno, e non il suo soltanto», dispersa in una sfibrante lotta partigiana in cui «non c’era che resistere per resistere, o non c’era che perdersi». Ogni volta che Berta si affaccia nel suo orizzonte, l’esistenza di Enne 2 trascolora: «Quando tu ci sei non vedo nulla che si sia perduto».

Noventa a questo punto si inoltra nell’abisso in cui il grande amore – che incarna ciò per cui vale la pena vivere – si identifica con la grande illusione: che la persona amata possa rispondere a tutta la domanda del nostro cuore: «il nostro grande amore continuerà a darci l’impressione di poter rispondere a ogni domanda, e di poter appagare ogni richiesta che noi gli facciamo: senza lasciarci avvertire il bisogno di chiedere aiuto al prossimo intorno a noi e alle stelle sopra di noi».

Dopo aver sperimentato l’insoddisfazione di tutte le cose, crediamo che invece il «grande amore» ci basti. In mezzo alle tempeste della vita, ci convinciamo a poco a poco che saremmo felici se fossimo amati, se ci fidanzassimo, e poi se ci sposassimo, e poi se avessimo dei figli (senza renderci conto che, invece, il problema della felicità si moltiplica: prima era solo nostro, ora ci portiamo addosso anche quello dei nostri amori). «Un uomo è felice quando ha una compagna», dice Selva a Enne 2.

Il mondo, pian piano, svanisce al cospetto del bel rifugio che, come accade a Io (una sorta di voce della coscienza di Enne 2), possiamo costruirci: «Il pericolo di Io è proprio quello di vendere tutta la sua curiosità e tutta la sua umiltà di fronte all’universo per il breve, o lungo, e sia pure matrimoniale, uso di una donna: di non accorgersi che il segno dell’amore, il segno del convertirsi di un grande amore in un amore vero e proprio, è proprio il contrario di ciò che egli crede: ed è, insieme al desiderio per la creatura, per la stessa creatura che ci serviva da pretesto o per un’altra non importa, il sentir nascere l’impossibilità di continuare a sottoporla, lei o qualunque altra non importa, a quelle domande e a quelle richieste a cui una creatura non può rispondere». 



  PAG. SUCC. >