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VATICANO II/ La risposta di Ratzinger ai "nemici" del Concilio

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Paolo VI mentre impone a Joseph Ratzinger la berretta cardinalizia (InfoPhoto)  Paolo VI mentre impone a Joseph Ratzinger la berretta cardinalizia (InfoPhoto)

Si era all’interno di un mondo in fibrillazione che conobbe la pericolosa crisi con Cuba da parte degli Stati Uniti, l’assassinio di Kennedy, la costruzione del muro di Berlino, la rivolta delle masse afroamericane e l’uccisione di Malcom X, la rivolta degli studenti prima a Berkeley poi in tutta Europa culminante nel fatidico ’68, l’influsso amplificato da certi media della rivoluzione culturale cinese, la rivoluzione dei costumi auspicata da W. Reich e in quegli anni propalata da H. Marcuse. Si trattò di sfide di portata epocale tali da sconvolgere gli assetti della società internazionale e capaci di influire profondamente nella formazione di una mentalità.

In questo contesto drammatico il Concilio ebbe il merito di favorire l’incremento, da parte della Chiesa, della propria soggettività storica, la coscienza cioè di essere dentro la realtà del mondo con la peculiarità di un compito e di una responsabilità immensa al cospetto di tutti gli uomini.

A Concilio concluso, le parole più ricorrenti furono l’applicazione e la recezione di quanto eleborato in tutti quegli anni così ricchi e fertili.

Passando il tempo, tentando a distanza di vent’anni un provvisorio bilancio,  l’allora card. Ratzinger intervistato da Vittorio Messori così si espresse: “È incontestabile che gli ultimi vent’anni sono stati decisamente sfavorevoli per la Chiesa cattolica. I risultati che hanno seguito il Concilio sembrano crudelmente opposti alle attese di tutti, a cominciare da quelle di papa Giovanni XXIII e poi di Paolo VI. I cristiani sono di nuovo minoranza, più di quanto lo siano mai stati dalla fine dell'antichità”. “I Papi e i Padri conciliari si aspettavano una nuova unità cattolica e si è invece andati incontro a un dissenso che – per usare e di Paolo VI − è sembrato passare dall’autocritica all’autodistruzione. Ci si aspettava un nuovo entusiasmo e si è invece finiti troppo spesso nella noia e nello scoraggiamento. Ci si aspettava un balzo in avanti e ci si è invece trovati di fronte a un processo progressivo di decadenza che si è venuto sviluppando in larga misura sotto il segno di un richiamo a un presunto ‘spirito del Concilio’”.

A questo severo giudizio sul postconcilio si accompagna, con limpida chiarezza, la considerazione che “i guasti cui siamo andati incontro in questi venti anni non sono dovuti al Concilio “vero”, ma allo scatenarsi all’interno della Chiesa di forze latenti aggressive, centrifughe, magari irresponsabili oppure semplicemente ingenue, di facile ottimismo, di un’enfasi sulla modernità che ha scambiato il progresso tecnico odierno con un progresso autentico, integrale. E all’esterno, all’impatto con una rivoluzione culturale” (Messori-Ratzinger, Rapporto sulla fede, 1985, pp. 27-28)

Da ciò si capisce che all’indomani del Concilio non fu immediata la consapevolezza di quello straordinario evento che aveva cambiato alla radice la Chiesa stessa e il suo atteggiamento di fronte al mondo intero. Anzi, il proliferare delle interpretazioni che contrassegnarono quello che fu chiamato il postconcilio contribuì a seminare nella moltitudine dei fedeli, assieme a facili entusiasmi,  dubbi e incertezze, quasi un senso inspiegabile di smarrimento.

È questo clima di diffusa incertezza che tematizza Hans Urs von Balthasar nel suo Cordula, ovverosia il caso serio (1966), breve ma densa opera di sofferta lettura dello status della fede in quegli anni fertili ma non privi di contraddizioni. Il grande teologo svizzero del secolo scorso – tra l’altro non ebbe la possibilità di partecipare a nessun lavoro del Concilio né alle Commissioni preparatorie − colse con acuta intelligenza quello che lui definì il caso serio, cioè il criterio per la vita della Chiesa e la forma della vita cristiana.

 



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