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VATICANO II/ La risposta di Ratzinger ai "nemici" del Concilio

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Paolo VI mentre impone a Joseph Ratzinger la berretta cardinalizia (InfoPhoto)  Paolo VI mentre impone a Joseph Ratzinger la berretta cardinalizia (InfoPhoto)

Il postconcilio, dunque, vide crescere e contrapporsi una pluralità di diverse interpretazioni: “la Chiesa del dopo Concilio è un grande cantiere; ma è un cantiere dove è andato perduto il progetto e ciascuno continua a fabbricare secondo il suo gusto” (Messori-Ratzinger, cit., p. 28).

La bibliografia sulle “letture” e valutazioni del Vaticano II è sterminata ed è segno comunque della profondità e complessità dell’avvenimento conciliare che privilegiò la “pastoralità”, aprì in modo mirabile all’ecumenismo (basti pensare al venir meno dell’accusa di “deicidio” che pesava da secoli sugli Ebrei), al dialogo con le confessioni non cristiane, alla libertà religiosa.

Di fatto si consolidarono due tendenze interpretative (due ermeneutiche) una delle quali sottolinea la discontinuità del Concilio rispetto alla Tradizione: il Vaticano II ha la natura di un Evento non assimilabile alla Tradizione e il suo criterio veritativo è affidato alla correttezza della prassi. Tale posizione trova i suoi punti di forza nella cosiddetta Scuola di Bologna voluta da don Giuseppe Dossetti e avente come caposcuola Giuseppe Alberigo, che ha dedicato agli studi sul Concilio opere monumentali e storicamente autorevoli. Sempre nell’ottica della discontinuità, ma in senso fortemente tradizionalista, c’è l’opera dello svizzero prof. Romano Amerio che pubblicò vent’anni dopo la chiusura del Concilio Jota unum. Studio sulle variazioni della Chiesa nel secolo XX, fortemente critico con le delibere conciliari ed il papato.

Per questo Benedetto XVI nel suo Discorso alla Curia romana del 22 dicembre 2005 riferendosi a quanto accaduto durante tutti gli anni successivi al Concilio ecumenico afferma che “i problemi della recezione sono nati dal fatto che due ermeneutiche contrarie si sono trovate a confronto e hanno litigato tra loro. L’una ha causato confusione, l’altra silenziosamente ma sempre più visibilmente, ha portato frutti”. E papa Ratzinger prosegue con inesorabile determinazione: “Da una parte esiste una interpretazione che vorrei chiamare ‘ermeneutica della discontinuità e della rottura’; essa non di rado si è potuta avvalere della simpatia dei mass-media, e anche di una parte della teologia moderna. Dall’altra parte c’è ‘l’ermeneutica della riforma, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa che il Signore ci ha donato...”. Forse è il caso di notare che l’ermeneutica della riforma e del cambiamento non è semplicemente oppositiva a quella della discontinuità, ma inclusiva di tutta l’ansia di rinnovamento che attraversa la posizione opposta.

Sorprende una strana coincidenza di date: a cinquant’anni da quell’evento epocale che scosse la Chiesa fin dalle fondamenta ridestandola alla coscienza di sé e al coraggio di misurarsi con tutte le sfide del mondo di oggi, si è aperto l’Anno della fede che ci rende testimoni di un impeto travolgente capace di toccare nel profondo le coscienze e aprirle a riconoscere, in assoluta semplicità, l’irresistibile attrattiva del Fatto cristiano. Ora come allora.

 



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