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VATICANO II/ La risposta di Ratzinger ai "nemici" del Concilio

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Paolo VI mentre impone a Joseph Ratzinger la berretta cardinalizia (InfoPhoto)  Paolo VI mentre impone a Joseph Ratzinger la berretta cardinalizia (InfoPhoto)

A cinquant’anni dal Concilio Vaticano II si moltiplicano incontri e simposi all’interno della cosiddetta area cattolica, e non solo, nel tentativo di comprendere cosa sia stato, e cosa resti, di quell’evento straordinario dovuto dall’audacia profetica di Giovanni XXIII e iniziato ufficialmente l’11 ottobre 1962 per poi chiudersi con Paolo VI l’8 dicembre 1965.

Con il discorso Gaudet Mater Ecclesia, Giovanni XXIII rifiutava le visioni catastrofiche della situazione della Chiesa e chiedeva che il Concilio, piuttosto che condannare, rendesse l’annuncio cristiano più comprensibile agli uomini insistendo sulla necessità per tutta la Chiesa di un aggiornamento.

Quindi, rispetto ai venti Concili ecumenici precedenti sino a quello di Nicea (325), il Vaticano II non vuole definire dogmi, non avanza provvedimenti disciplinari e tale atteggiamento è già dichiarato in fase di apertura.

Proprio questo intento programmatico di non fissare, attraverso il Concilio, contenuti dogmatici apre, subito dopo la conclusione del Concilio, lo spazio delle possibili interpretazioni da dare sia all’evento stesso, a ciò che è accaduto nei 3 anni in cui tutto l’ecumene cattolico si è radunato attorno al Papa, sia ai 16 documenti ufficiali scaturiti dal lungo lavoro dei Padri conciliari, assistiti anche dai cosidetti “periti” o “consultori” tra i quali piace ricordare, oltre a p. Henry De Lubac che ha consegnato ai suoi Quaderni del Concilio il diario quasi quotidiano di quanto avvenne, mons. Karol Wojtyla e don Joseph Ratzinger, allora giovanissimo teologo tedesco.

Quest’ultimo, prima ancora che si aprissero ufficialmente i lavori, fu invitato dal presidente della Conferenza episcopale tedesca, card. Frings, a illustrare ai vescovi di lingua tedesca le problematiche teologiche che sarebbero state affrontate all’interno dell’assise ecumenica.

E a Concilio ancora aperto, nel 1965, scrive un breve ma acuto saggio apparso nella Rivista Wort und Wahreit dal titolo Il cristiano e il mondo d’oggi. Riflessioni sullo schema 13 del Concilio.

Ancor prima della uscita del documento Gaudium et spes su “La chiesa nel mondo contemporaneo”, questo scritto di Ratzinger entra nel merito di cosa sia il “mondo” e quale responsabilità, in esso e di fronte ad esso, abbia il singolo cristiano e la Chiesa in quanto tale. Tre passaggi merita sottolineare per il loro valore metodologico.

1. Il mondo non è una tendenza, una moda cui conformarsi per rendere più comunicabile la fede in nome dell’aggiornamento. 2. Il mondo non è una realtà “altra”, di natura oppositiva, in cui la Chiesa debba trasferire il “suo” mondo (cattolico) allo scopo di convertire tendenze, atteggiamenti, posizioni che sono espressione di quanto è presente nel mondo a prescindere dalla Chiesa. 3. L’aggettivo contemporaneo accanto al sostantivo mondo fa dire a Ratzinger: “Per quanto è a mia conoscenza è la prima volta che un documento conciliare, parlando del mondo del nostro tempo, osa includere esplicitamente il fattore della storicità”.

In questo senso l’aggiornamento non è un cedimento allo spirito della modernità, ma la Chiesa che ripensa se stessa, ha una più profonda coscienza di sè che le consente di stare a pieno titolo dentro le circostanze storiche, di fronte alla concretezza dell’uomo così come esso di fatto è.

Occorre tenere presente il terreno di coltura entro il quale l’immensa e faticosa opera del Concilio e dei tre anni preparatori si mosse e si sviluppò. Istanze di varia natura, profonde e frastagliate segnavano il contesto ecclesiale e culturale di quegli anni e vennero a galla esprimendo correnti teologiche e aspettative spesso contrapposte. Ribollivano fermenti nati e diffusi in seno alla Chiesa e non solo...



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