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LETTURE/ Come la letteratura custodisce la "sapienza" dell'io?

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Vincent Van Gogh, Notte stellata (1889, particolare. Immagine d'archivio)  Vincent Van Gogh, Notte stellata (1889, particolare. Immagine d'archivio)

Nella parte finale il libro tenta di scorgere le strade per un possibile riscatto dell’umano, così privato delle sue istanze migliori. Il desiderio suscitato dall’impatto primario con la realtà, che non è solo “fanciullesco”, così come lo stupore, come dice la citata Teresa di Lisieux, apre una effettiva possibilità di riscatto e ripartenza: “Lo stupore non ci fa fermare all’immagine immediata, ma ci sprona ad andare oltre l’apparenza, a cogliere per così dire l’oltranza, il significato, la ragione, la provenienza di ciò che vediamo e che accade. Allora l’atto della conoscenza diventa un impeto, un movimento, una tensione e una propensione verso il Mistero che si coglie nella realtà e che si desidera conoscere. Chi mi ha regalato questi fiori? Chi mi ha dato la Luna piena così splendente in cielo, da guardare? Chi ha creato la bellezza del mondo? Quando è guardata con stupore la realtà viene colta come segno e, in un certo modo, come via veritatis, strada per la verità. Lo sguardo stupito fa cogliere nella realtà un’unità profonda, un Mistero che accomuna tutto”.

 



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