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GIORNALI/ Nella crisi del "Manifesto" tutto quello che una generazione non ha capito

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Rossana Rossanda, fondatrice del Manifesto (InfoPhoto)  Rossana Rossanda, fondatrice del Manifesto (InfoPhoto)

Le esperienze fino ad allora conosciute confermavano che la dittatura del proletariato e la statalizzazione dei mezzi di produzione si erano realizzate solo in Paesi arretrati quali la Russia zarista e la Cina maoista, contrariamente alle profezie marxiane, secondo cui il comunismo era possibile solo laddove le forze produttive avessero raggiunto il massimo dello sviluppo. Pertanto l’Inghilterra, la Francia, la Germania erano per Marx le prime candidate al comunismo. Invece!... Riattualizzando le riflessioni di Gramsci, Il Manifesto tentava di pensare la rivoluzione in Occidente. Il nuovo soggetto motore della rivoluzione era individuato, sempre rifacendosi al Gramsci di Ordine Nuovo e a Rosa Luxemburg, non nel Partito di stampo sovietico, ma nei Consigli di fabbrica, ritenuti capaci di prendere in mano la produzione e di socializzarla, senza statalizzarla.

Dal punto di vista del Pci, queste elaborazioni potevano essere benissimo tollerate come pensieri innocui di intellettuali piccolo-borghesi, se non fosse che mettevano in discussione il soggetto-Partito. Perciò Rossana Rossanda, Luigi Pintor e Aldo Natoli, membri del Comitato centrale, furono radiati per frazionismo il 24 novembre del 1969. A loro furono accomunati poco dopo Lucio Magri, Massimo Caprara, Valentino Parlato, Luciana Castellina. Per quelli del Manifesto, cacciati dal Pci, la navigazione divenne subito perigliosa. Nel febbraio del ‘71 un congresso-flirt con Potere operaio finì male: dalla maturità del comunismo quelli di PotOp tiravano la conclusione che fosse necessario esercitare la violenza sociale dal basso quale passaggio maieutico per liberare il soggetto rivoluzionario dall’impaccio delle strutture capitalistiche. Questa tesi avrà un seguito, quando dai resti di Potere operaio, dell’Autonomia e di Lotta continua si costituirà Prima linea. Mentre per le Brigare rosse la necessità della lotta armata si fondava sulla “maturità del fascismo”, per Prima linea il fondamento era la “maturità del comunismo”. 

Il 28 aprile del 1971 la rivista mensile si trasforma in “quotidiano comunista”. Nel 1972 si presenta alle elezioni. È un fiasco. Sempre sulla via della costruzione di un soggetto politico, nel 1974 costituisce insieme ai resti dello Psiup e del Movimento politico dei lavoratori (di origine aclista) il Partito di unità proletaria per il comunismo. Che però nel 1977 in un seminario di Riccione si dividerà nella “destra” di Magri e Castellina, che si metterà con la destra di Avanguardia operaia e con il Movimento lavoratori per il socialismo, per fondare un nuovo Partito di unità proletaria per il comunismo, che conquisterà sei deputati nelle elezioni del 1979. La “sinistra” invece si unirà con l’ala sinistra di Avanguardia operaia e con altri spezzoni in Nuova Sinistra Unita, di cui Mario Capanna diventerà leader dal 1979, dopo aver mancato il Parlamento. La rottura del 1977 separò per una lunga fase Il Manifesto, ormai solo giornale, dal Pdup di Magri. Che però durerà poco: nel 1983 il partito confluirà nel Pci. Magri ne uscirà di nuovo al XX e ultimo congresso del Pci, quanto il Pci diviene Pci-Pds, il 3 febbraio del 1991. Qui si formerà un Movimento per la rifondazione comunista, che darà origine al Partito della Rifondazione comunista. Magri parteciperà ancora per qualche anno a queste vicende, fino alla tragica decisione del suicidio assistito in Svizzera il 29 novembre del 2011. 



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COMMENTI
30/10/2012 - Leggere per comprendere (Anna Di Gennaro)

L'Autore è riuscito a colmare la mia ignoranza in materia e la curiosità su una questione che non conoscevo mi ha spinta a leggere. Pur tuttavia mi permetto di segnalare a Francesco Taddei che il centro dell'articolo non è finanziare o non finanziare il quotidiano. Se un giornale è un chiusura coatta, soldi pubblici non ne prende più. Lei sta parlando d'altro che non si misura con il contenuto dell'articolo. Provi a rileggerlo senza paraocchi, scoprirà input davvero degni di nota...

 
29/10/2012 - antico vs moderno (francesco taddei)

Ma se un giornale è in crisi di vendite, cioè di lettori, perché continuare a finanziarlo? Perché è di interesse pubblico (tradotto: di partito!) non potrebbe reggersi solo con donazioni? o con internet? quanto prendono di stipendio i loro giornalisti? Non potrebbero ridurselo visto il calo di vendite? Il contratto di categoria (cioè di casta) lo impedirebbe? PS. dal primo gennaio 2013 Newsweek sarà soltanto online.