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GIORNALI/ Nella crisi del "Manifesto" tutto quello che una generazione non ha capito

Il quotidiano Il Manifesto, fondato nel ’69, è in crisi da tempo ed è stato posto in liquidazione. Le ragioni di una sconfitta ideologica prima che economica. GIOVANNI COMINELLI

Rossana Rossanda, fondatrice del Manifesto (InfoPhoto) Rossana Rossanda, fondatrice del Manifesto (InfoPhoto)

Quella del Manifesto non è la prima crisi di questi dieci anni, ma rischia di essere l’ultima. Il piccolo quotidiano, che si definisce comunista, dopo la crisi del 2006 e quella del 2008/09, il 7 febbaio 2012 è stato sottoposto dal ministero per lo Sviluppo economico alla procedura di liquidazione coatta. In questi giorni la testata ha messo in pubblico l’aspra discussione che si è accesa all’interno della redazione. A questa discussione Rossana Rossanda aveva fornito il 20 settembre di quest’anno una base teorica ambiziosa e insieme aspramente critica e autocritica. Poiché la Rossanda appartiene al circolo ristretto dei Padri fondatori – gli altri sono Luciana Castellina, Luigi Pintor, Lucio Magri, Aldo Natoli, Valentino Parlato, Ninetta Zandegiacomi – dal suo “documento” occorre partire per capire. Prima, però, la storia, in breve.

Incominciando negli anni 60, non è molto nota alle generazioni più giovani. Nel corso dell’XI Congresso del Pci, tenutosi dal 25 al 31 gennaio del 1966, si era condensata attorno a Pietro Ingrao una posizione “di sinistra”, contrapposta a quella “di destra” di Giorgio Amendola. Ingrao metteva in guardia rispetto alle capacità del neo-capitalismo di integrare le classi lavoratrici nel proprio sistema di consumi e di valori, guardava alle forze sociali e culturali nuove che il neo-capitalismo stava generando, prospettava la necessità di un disegno alternativo, che non si riducesse a lucrare sulle delusioni per le promesse non mantenute del centro-sinistra, contestava il duro regime di centralismo democratico.

Già in un Convegno organizzato dall’Istituto Gramsci tra il 23 e il 25 marzo 1962, dedicato alle tendenze del neocapitalismo italiano, la relazione di Bruno Trentin – prestigioso dirigente sindacale – aveva segnalato i rischi e le opportunità della stagione culturale e sociale del neo-capitalismo. Più radicalmente, gli operaisti alla Tronti e alla Asor Rosa avevano sostenuto che esso stava facendo saltare la contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione, che, secondo Marx, è il motore della storia. Concretamente, significava che la classe operaia, la forza produttiva per definizione, il lavoro, rappresentata dal suo partito e dai sindacati, veniva assorbita dal capitale, in termini materialmente e ideologicamente subalterni; con ciò cessava di essere soggetto rivoluzionario. 

Pertanto chi voleva cambiare il mondo doveva rivolgersi ad altro soggetto rivoluzionario, che gli operaisti individuavano nella nuova “razza pagana” dell’operaio-massa. Nel giugno 1969 un gruppo di esponenti del Pci, di cui facevano parte Rossanda, Magri, Castellina, Pintor, Natoli, Caprara, già segretario di Togliatti dal 1944 al 1964, aveva incominciato a pubblicare la rivista mensile Il Manifesto, le cui tesi riprendevano le suggestioni operaiste, ingraiane e movimentiste. Nel giugno del 1970 furono pubblicate le Tesi per il comunismo. L’idea di fondo era che il comunismo fosse socialmente e culturalmente maturo anche nell’Occidente avanzato e che la glaciazione brezneviana non fosse l’unica versione possibile del comunismo. 


COMMENTI
30/10/2012 - Leggere per comprendere (Anna Di Gennaro)

L'Autore è riuscito a colmare la mia ignoranza in materia e la curiosità su una questione che non conoscevo mi ha spinta a leggere. Pur tuttavia mi permetto di segnalare a Francesco Taddei che il centro dell'articolo non è finanziare o non finanziare il quotidiano. Se un giornale è un chiusura coatta, soldi pubblici non ne prende più. Lei sta parlando d'altro che non si misura con il contenuto dell'articolo. Provi a rileggerlo senza paraocchi, scoprirà input davvero degni di nota...

 
29/10/2012 - antico vs moderno (francesco taddei)

Ma se un giornale è in crisi di vendite, cioè di lettori, perché continuare a finanziarlo? Perché è di interesse pubblico (tradotto: di partito!) non potrebbe reggersi solo con donazioni? o con internet? quanto prendono di stipendio i loro giornalisti? Non potrebbero ridurselo visto il calo di vendite? Il contratto di categoria (cioè di casta) lo impedirebbe? PS. dal primo gennaio 2013 Newsweek sarà soltanto online.