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DIBATTITO/ Barcellona: aborto e gay, il "sogno" di Vendola fa male alla ragione (laica)

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Sono tutti problemi dunque che possono essere affrontati senza alcun riferimento ai testi sacri e alle confessioni religiose, bensì sul terreno di una seria analisi delle componenti psicologiche e culturali della nostra condizione umana. Come è stato da più parti sottolineato da medici, psicoanalisti e sociologici, ad esempio, l'esperienza della maternità non si risolve col trovarsi all'improvviso un infante tra le braccia, ma rappresenta il punto di arrivo di un percorso psicologico complesso in cui si è sviluppato già prima ancora della nascita materiale un rapporto profondo di comunicazione tra la mente di chi è chiamato ad assumere le funzioni materne e il nascituro. Tutte le riflessioni sulla dinamica psichica intrauterina mostra che il nostro venire al mondo è fortemente influenzato dalle rappresentazioni mentali della futura madre e che tutto l'organismo di essa partecipa fisicamente e psichicamente all'evento della nascita.

L'accoglienza di un essere umano che sta per venire al mondo non è una questione scientifica, ma un riflesso dell'ethos che ispira il gruppo sociale all'interno del quale si produrrà l'evento della nascita. Ridurre l'evento di un essere umano a un puro fatto calcolabile degli elementi che ne definiscono la processualità è a mio parere un errore di grammatica umana e non già la violazione di qualche tabù religioso. Bisognerebbe sviluppare una discussione molto approfondita ed estesa su come le donne partecipano ai processi di procreazione artificiale, e di come spesso sentono la propria identità materna umiliata e depressa fino ad alterare completamente i rapporti affettivi col nuovo nato e con il personale che ha contribuito tecnicamente alla nascita stessa. 

Ci sono riflessioni di antropologi, di psicoanalisti, di storici che dimostrano sotto mille profili che la gravidanza non è soltanto un fatto privato ma un evento sociale che incide su tutti i comportamenti del gruppo al quale la madre appartiene. Purtroppo questa parte della realtà è sistematicamente occultata dalle industrie del mercato di ovociti e gameti che prosperano abbondantemente in altri Paesi e che in nome della libertà non hanno esitato a mercificare l'intero processo procreativo, dimenticando che attraverso la rappresentazione dei ruoli materni e paterni si definiscono le modalità del rapporto col principio della realtà e con il senso del limite e della propria identità.

Ogni forma di civiltà ha definito le regole di convivenza e i principi dell'identità collettiva attraverso il modo di rapportarsi ai temi della nascita e della morte indipendentemente dalle professioni religiose di ciascun gruppo umano. La vita, la nascita e la morte appartengono alla sfera dell'elaborazione del senso che caratterizza la condizione dell'uomo come unico essere vivente capace di riflettere su se stesso. Una subordinazione dell'essere umano ad ogni visione oggettivante, biologista e neonaturalista, in realtà tende a mettere in discussione lo statuto antropologico attraverso il quale continuiamo a vedere il mondo esterno.

Allo stesso modo, per quanto riguarda l'eutanasia, il suicidio assistito, ecc., ci sono studi e riflessioni condotte sul puro terreno antropologico che spiegano queste pratiche di fine vita istituzionalizzate e medicalmente protette come profonde alterazioni delle dinamiche che attengono in profondità alla costituzione dell'identità personale attraverso la consapevolezza del proprio destino mortale e del problema della sopportazione della sofferenza. Senza esprimere giudizi moralistici, che non mi interessano affatto, abbiamo testimonianze di morenti che hanno voluto vivere coscientemente gli ultimi istanti della propria vita per manifestare al gruppo sociale di appartenenza la propria affettività e il proprio messaggio di accettazione dell'evento finale. 



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