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LETTURE/ Sinjavskij, quando il lager "aiuta" la libertà (letteraria)

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Le originali letture dei capolavori puškinani contenute nelle Passeggiate, dal Festino in tempo di peste (“la formula con cui Puškin definisce la vita”), al Cavaliere di bronzo (lo “sdoppiamento tra l’uomo e il genio ... costituisce il tema del Cavaliere”), al romanzo in versi Evgenij Onegin (“spudoratamente privo dell’essenziale”), come molte sorprendenti e mai gratuite definizioni di cui l’autore è prodigo (“è il vuoto il contenuto di Puškin”, la sua “ricettività così accentuata nascondeva qualcosa di vampiresco”, la “madornale mancanza di idee di Puškin”...), alienarono a Sinjavskij le simpatie della critica per alcuni decenni, prima in Occidente, tra gli emigrati, poi in Russia, dove il libro infine apparve nel 1990. Con la sua scrittura paradossale aveva attaccato l’intoccabile mostro sacro delle lettere russo-sovietiche, scardinando le regole e la lingua della stantia critica contenutistico-edificante. In Occidente gli venne anche rimproverato, tra l’altro, di aver osato competere con Rozanov e Cvetaeva (i maestri dell’essai narrativo cui evidentemente Sinjavskij è debitore), lui, uno “zotico teppista sovietico”. Nessuno gridò al miracolo perché in un lager dell’Unione Sovietica si era conservata una voce così sorprendentemente libera, così coraggiosamente fuori dal coro.

Oggi, finalmente, le Passeggiate sono accolte con entusiasmo anche dalla nuova critica russa, che peraltro cerca di accreditare Sinjavskij come il padre di nuove scuole, nuove mode letterarie, incurante del suo allegro monito: “Oggi qui, domani là. L’arte va a zonzo... E ogni volta ... la circostanza viene presa per un orientamento definitivo, ipso facto battezzato corrente o tendenza e si dichiara che l’arte si impegna, dirige, riflette e istruisce. E in effetti fa tutto questo, fino al primo cippo, dove svolta e... Chi s’è visto s’è visto”.

 

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