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LETTURE/ Sinjavskij, quando il lager "aiuta" la libertà (letteraria)

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Le passeggiate inducono alla fantasticheria, almeno secondo Rousseau, con le cui Rêveries du promeneur solitaire nasce questo genere letterario. Nel caso di Andrej Sinjavskij – che nel 1975 pubblicò a Londra, in russo, le sue Passeggiate con Puškin, di cui oggi Jaca Book propone la prima traduzione italiana per l’ottima cura di Sergio Rapetti (pp. 192, 16 euro) – le passeggiate portarono alla “saggistica fantastica”, per usare le parole dello stesso autore. Con Sinjavskij la riflessione letteraria esce en plein air, e seguendo il ritmo del passo il pensiero assume un andamento divagante, sullo sfondo – poco naturale e mai evocato – del lager a regime duro dove, tra il ’66 e ’71, l’autore scontò una condanna ai lavori forzati per “agitazione antisovietica e propaganda” (aveva pubblicato all’estero alcuni racconti, firmandoli con lo pseudonimo Abram Terz, l’ebreo borseggiatore odessita cantato nelle canzoni della malavita; aveva inoltre mostrato la natura del tutto irrealistica del realismo socialista, la dottrina letteraria ufficiale, in un saggio del 1957 che circolò dattiloscritto ed ebbe fondamentale importanza per il Disgelo e il Dissenso). 

Non è propriamente solo, Sinjavskij, nelle sue passeggiate. Ha un “compagno ideale”: Puškin, evocato nel libro sempre e solo per cognome. Il creatore, nel primo terzo del XIX secolo, della lingua letteraria russa, il genio che esplorò tutti i generi, appare a Sinjavskij come la “sezione aurea della letteratura russa”: “a distanza di decenni, le generazioni successive scoprono di avere ancora Puškin alle calcagna. E se ritorniamo col pensiero ai tempi remoti, alle fonti della nostra lingua, lo ritroviamo, di nuovo”. 

Primo nella letteratura nazionale, Puškin portò nell’opera la sua biografia di poeta, la sua vita privata di “mangia a ufo e rinnegato, impegnato per tutta la vita a schivare ogni carriera ufficiale”. “Poeta ostentatamente aperto e cordiale”, benevolo, affabile, riempì la poesia “con una grande quantità di elementi d’indole intima”, tutt’altro che eroici, e “diventò subito un divo”, prima di morire tragicamente, “iscrivendo col sangue e la polvere da sparo il proprio nome nella storia dell’arte”. 

Nella sua vita precedente Sinjavskij aveva insegnato, tra l’altro, all’Università Statale di Mosca, e non si era occupato di Puškin (ma di Gor’kij, Babel’, Majakovskij, Pasternak...). Da detenuto poté consultare ben poco materiale: qualche saggio, qualche raccolta antologica; per il resto dovette affidarsi alla propria memoria (prodigiosa come quella di molti russi nelle “pregutemberghiane” età sovietiche). Ma non certo per mancanza di fonti, nelle 140 pagine delle Passeggiate, cita per nome, prendendosi bonariamente gioco della loro dabbenaggine, due soli critici professionisti, Belinskij e Pisarev, ovvero i padri della concezione utilitaristica dell’arte che in Russia dominò (salvo un breve intervallo agli inizi del Novecento) a partire dalla seconda metà del XIX secolo, e con la quale Sinjavskij polemizza, è il caso di dirlo, a ogni piè sospinto, contrapponendole un’amorosa visione dell’arte pura, una lettura nella quale all’ispirazione «è assegnato il posto che le compete: a un dipresso tra la divinità e l’amore».



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