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LETTURE/ Borgna: la follia, quella "oscura" armonia che ci parla di Dio

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Sì. Questa tristezza e questa disperazione sono anche le medesime che ritroviamo spalancate su orizzonti di immaginazione, di creazione artistica o poetica che a noi comuni uomini sono preclusi. Così, nel profondo di esperienze psicotiche che vengono in genere considerate insensate, si nascondono slanci creativi che senza il genio non raggiungerebbero le altezze espressive che l’arte e la cultura ci attestano in modo indubitabile, d’accordo, ma che senza la malattia forse non sarebbero arrivate a quell’intensità e profondità emozionale che scaturiscono da un cuore ferito.

Qual è il più grande errore che può commettere la psichiatria, nel tempo in cui viviamo?

Quello di assegnare alla ragione calcolante, astratta, alla ragione delle apparenze, il solo modo per capire che cosa il paziente abbia, come questo paziente si deve curare o se esso deve essere abbandonato al suo destino.

A quale ragione occorre invece affidarsi?

L’altro modo di interpretare la sofferenza, la malattia, la cura è quello fenomenologico, basato sull’eredità di grandi pensatori come Guardini, Scheler, Husserl, Heidegger. Non mi fermo alle apparenze, ai comportamenti, ai sintomi ma li trascendo, cercando di capire, sulla loro base, quali siano i sentimenti, le emozioni, la vita interiore dell’altro. La vita interiore è il soggetto-oggetto di ogni psichiatria fenomenologica. Seguendo questo cammino che volge verso l’interiorità, cercherò di immedesimarmi − il termine è Einfühlung −, di «calarmi dentro» i veri sentimenti, le emozioni, gli slanci vitali, le speranze del malato.

Come può avvenire questo, senza distruggere quello spazio?

Se io nego a priori che nella follia ci possa essere anche un solo granello di sapienza e di saggezza, ovvero di umanità, è ovvio che mai riuscirò a calarmi dentro una vita in sofferenza. Ma per farlo devo mettere tra parentesi i giudizi istintivi che mi vengono da un’analisi superficiale, liberarmi da pregiudizi e ideologie. Così facendo riesco a capire infinitamente di più di tutto quello che puntualmente si perderebbe in un approccio fondato sulla ragione strumentale…

E quando il «miracolo della comprensione» avviene?

Comprendere cosa c’è nella vita interiore dell’altro vuol dire capire di più se stessi. Torno così alla sua domanda, e arrivo al fondamento dell’esplorazione di ogni interiorità: non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. 

Cosa ci insegna la malattia, professore?

Romano Guardini è arrivato a chiedersi se tra una vita sana in senso completo, o screziata dalla malattia, a volte non troviamo valori più alti proprio in quest’ultima, che fa sgorgare in noi motivi di riflessione, di contemplazione, di comprensione che non sarebbero possibili altrimenti. Anche la malattia è un dono.

Lei chiude il suo libro con una riflessione sulla «comunità di destino» che avviene tra chi cura e chi è curato. Che cosa intende?



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