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LETTURE/ Perché il nostro nome non si può cancellare?

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Cadendo batte la nuca. 
Solo un po’ di sangue 
nell’angolo tra i capelli bagnati 
poi tutti i pensieri a picco. 
Da dove resta (non spostano il corpo) 
spinge in un dirupo le parole 
una manciata di sillabe 
prima rigide, poi frantumate. 

Questo è il vertice della poesia di Antonella Anedda. C’è qualcosa in noi, dei frantumi, una manciata di sillabe, che neanche il tempo riesce ad annullare, a spazzare via. C’è un barlume, un resto di voce, che resiste dentro le Residenze invernali (il primo libro della poetessa, uscito nel 1992). Un canto che ritorna alla memoria da un passato remoto, o quasi pre-natale, e implora di poter durare. In quel atto di amore che è la poesia. 

L’uomo è, così, una bocca spalancata al vuoto che ci divora, che urla di poter rovesciare il proprio destino. Un volto che “grida e affonda”. Le cui ultime parole, incancellabili, sempre sospese tra resa e rivolta, sono: “Ancora ti svegli con un brandello di futuro”. Dentro questa cicatrice, nelle cerchia di un grido mai taciuto, scavano i versi di Antonella Anedda. Dando voce al nome che siamo.

 

(Luca Manes)



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