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LETTURE/ Quei cattolici "materialisti" che han fatto l'Italia del nord

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San Giovanni Crisostomo  San Giovanni Crisostomo

Le premesse remote di una parabola creativa che ha coinvolto l’intero orizzonte di uno dei cantieri fondamentali in cui si è plasmata l’identità italiana moderna – la ricca e popolosa area che dalle terre piemontesi e lombarde si spinge fino alle zone alpine di confine con il mondo svizzero e l’Impero asburgico – sono paragonabili a radici incuneate nei primi movimenti di sviluppo della presenza della fede cristiana a nord di Roma. Ma da questi nuclei iniziali si è dipanata una lunga e ostinatamente coerente vicenda storica, che ha conosciuto un salto di qualità decisivo nel momento in cui si è assistito all’esplosione del realismo drammatico nell’arte sacra, nella catechesi oratoria e nella teatralità suggestiva del linguaggio religioso dell’ultimo Medioevo e del Rinascimento.

Il lento sedimentarsi di una pietà affettiva e “sensibile”, che sfruttava ogni mezzo possibile per rafforzare la presa di una proposta educativa fondata sulla volontà di identificarsi con la realtà oggettiva di Cristo, resa accessibile all’uomo che viveva nel presente, ha poi conosciuto un secondo momento straordinario di fioritura. È quello che si ricollega alle metamorfosi che il governo della vita del popolo cristiano ha conosciuto a seguito della svolta del concilio di Trento, con il graduale emergere di un nuovo stile di impostazione dei rapporti tra il mondo religioso e la società secolare che esso aveva di fronte. La Controriforma, nelle sue varianti più precoci conosciute proprio nell’Italia del nord, comunque sempre in stretto rapporto con Roma, lanciò un “rinnovamento” innestato sul tronco di una tradizione antica, contribuendo a farla crescere, a valorizzarne le risorse più affidabili, a estendere la sua capacità di modellare i pensieri e i comportamenti delle grandi realtà popolari del mondo cattolico. Si scatenò l’impulso di una ambiziosa ondata di rievangelizzazione, a partire dalle fondamenta della fede, dove le devozioni esteriori delle confraternite e i culti rivolti all’uomo della Passione si allearono alle nuove risorse della stampa, del catechismo di massa, dell’accesso alla cultura scritta, promuovendo l’interiorizzazione mediata dalla lettura silenziosa, dall’esame di coscienza, dalla pratica intensificata dei sacramenti.

Ma non è possibile dimenticare che l’energia trasformatrice dei seguaci di san Carlo Borromeo e dei primi gesuiti non ci chiuse con la crisi dei decenni centrali del Seicento, quelli della peste descritta nei Promessi sposi. La costruzione della nuova religione cattolica moderna non si interruppe. E i germi della vasta opera di risanamento della Chiesa, anche nei suoi contesti più periferici, continuarono a essere sviluppati nelle loro potenzialità positive, mantenendo florida una religione che tendeva ad avvolgere la totalità della società e a circondare da ogni lato la vita degli individui. Il declino di vitalità e le vere fratture sarebbero arrivate solo più tardi, dopo l’attacco della Rivoluzione e delle ideologie della secolarizzazione all’impianto “confessionale” dell’Antico Regime, con l’avanzata della nuova etica borghese e di una inedita civiltà del lavoro orientata all’accumulo dei profitti prima ancora che dei beni e dei valori.



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