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LETTURE/ Perché abbiamo smarrito la sapienza di Ulisse?

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 Agesandro, Atanodoro e Polidoro, Gruppo di Polifemo (I sec. d.C. Fonte: Wikipedia)   Agesandro, Atanodoro e Polidoro, Gruppo di Polifemo (I sec. d.C. Fonte: Wikipedia)

Un mito ha origine remote, in genere inattingibili se non attraverso indagini di antropologia comparata non sempre esenti da semplificazioni ideologiche. Il mito ci giunge allora attraverso la sua rilettura letteraria o figurativa: e il fascino di questa rilettura consiste nel fatto che l’autore usa del mito come chiave interpretativa della realtà, della sua persona e del suo presente. Pertanto lo stesso mito assume variazioni, non solo episodiche ma a volte anche importanti, a seconda dell’uomo che lo sceglie come segno. Per questo la storia di un mito non termina mai, ma continuamente sorgono riletture, adattate al nuovo presente. 

Eppure non tutto è legittimo. Il mito, in particolare il mito classico, pesca nelle profondità dell’uomo, va alle radici del suo cuore: contiene ultimamente un’ipotesi, spesso dolorosa, lacerante, astiosa, di rapporto con l’assoluto. Toglierlo significa tradire, compiere un’azione culturalmente scorretta, oltre che  banalizzare e ridurre. Baricco che riscrive Omero senza il rapporto fra gli uomini e gli dèi, o la Parrella che trasforma il gesto profetico di Antigone in un’eutanasia  compiono un atto culturale scorretto, lo sfruttamento di un tema che permette loro di non dover inventare ex novo, ma non li porta al rispetto del nucleo originario. Questo nucleo non può cambiare.

Che cosa dunque può cambiare, svelando la visione dell’autore e, nel caso del poeta tragico greco, la sua intenzione pedagogica nei confronti della città? L’esempio che scegliamo è quello di uno dei personaggi mitici più noti: forse, attraverso la lettura dantesca, il più noto, cioè Ulisse. Per tutta la storia delle riscritture del mito i suoi connotati restano gli stessi: l’intelligenza, l’inventiva, l’abilità politico/militare, la capacità di attendere con pazienza il momento giusto padroneggiando impulsi e passioni, l’abilità nell’uso della parola. Nei poemi omerici tutte queste caratteristiche sono viste, e usate, in modo assolutamente positivo. Nell’Iliade è evidente la stima che gode nell’esercito: è scelto per l’ambasceria a Troia, per quella ad Achille affinché cessi dall’ira; svolge nella preparazione del duello il ruolo che per i Troiani svolge Ettore; nell’imbarazzante situazione della riconciliazione fra Agamennone ed Achille si interpone con saggezza tranquilla ed equilibrio; nell’Odissea è ricordato con rimpianto dagli ex-compagni di guerra, dai parenti e dai servi in patria; il suo ruolo politico ad Itaca è rimasto scoperto, nessuno senza di lui è stato più chiamato in assemblea; con i compagni di viaggio è attento, prudente, capace di correggersi dove sbaglia, di frenare l’ira e la curiosità pericolosa; la dea Atena ha con lui un rapporto di amicizia, che Ulisse comunica al figlio rivisto dopo vent’anni.

Quando lo ritroviamo nelle tragedie del V secolo ateniese, le sue doti sono le stesse, ma il personaggio è mutato. Non è certo un caso che tutti e tre i tragici abbiano proposto al pubblico una tragedia (Palamede: tutte e tre ci sono giunte in frammenti) in cui Ulisse provoca con una falsa accusa il processo e la condanna di un compagno la cui intelligenza e la cui inventiva gli fanno  ombra. 



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COMMENTI
15/11/2012 - sapienza di Ulisse (laura cioni)

Bello! Molte grazie. Laura