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IL CASO/ E' possibile produrre esseri umani giusti?

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Nel mio recente libro Il giusto della politica (ed. Mimesis) ho cercato di mostrare che è possibile una sorta di fenomenologia del bene, vale a dire un discorso rigoroso che metta in luce le caratteristiche antropologiche fondamentali dell'essere umano giusto, le sue condizioni di possibilità.

Qui fornisco solo un paio di indicazioni. Innanzitutto Hannah Arendt ha convincentemente mostrato che il bene morale ha come principale presupposto un certo tipo di soggettività, un animo caratterizzato da capacità immaginativa, riflessività, identificazione empatica, pensiero allargato in grado di porsi dal punto di vista altrui. È solo così che si possiedono i presupposti etici e conoscitivi per (ri)guardare l'altro e riconoscerlo nella sua alterità. In secondo luogo Alasdair MacIntyre ha lavorato sui presupposti sociali di una tale soggettività. Emerge qui la centralità di forme di vita comunitaria in cui il bene della vita (della propria vita e della vita umana in generale) venga programmaticamente messo a tema a partire dalle questioni più concrete che riguardano l'ordinamento dei beni particolari nel momento in cui essi vengono in conflitto l'uno con l'altro. È nelle pratiche che costituiscono la nostra vita quotidiana che impariamo a saper distinguere tra ciò che vale e ciò che non vale, tra ciò che è davvero bene per me e ciò che mi capita solo di volere.

In questo modo è mia convinzione che sia possibile non trovare il metodo per produrre esseri umani giusti (l'occorrenza della bontà nella storia concreta degli uomini mantiene sempre un carattere misterioso), ma bensì comprendere che ci sono forme di vita più friendly nei confronti dei giusti; che, in altri termini, esiste anche un'ecologia morale umana con cui occorre fare i conti.

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