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LETTURE/ Ezra Pound, breve storia di un "Ulisse" del 900

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Ezra Pound (Immagine d'archivio)  Ezra Pound (Immagine d'archivio)

Pound è un unicum nel 900 e lo testimonia l’incredibile versatilità della sua scrittura. Basterebbe sfogliare l’introvabile Oscar Mondadori Per conoscere Pound per toccare i più disparati registri. Si passa dal timbro lirico e visionario della Litania notturna a Venezia (contenuta nelle Poesie giovanili) ai perfetti cammei orientali di Catai(il regista canadese Bernard Dew ne ha appena offerto una suggestiva interpretazione cinematografica). Si può respirare la quiete paradisiaca del Canto 49, detto dei Sette laghi che poi ritornerà in quegli straordinari frammenti che compongono le ultimissime poesie, quei Drafts & fragments scritti tra le bifore del castello tirolese di Brunnenburg. Come ci si può tuffare nel fango infernale delle trincee della Grande Guerra (lì Pound perse diversi amici, tra cui il giovane scultore Henri Gaudier-Brzeska). 

L’intensità di un poeta si giudica anche dalla fiducia nella propria arte: Pound ebbe una grande fiducia nella poesia. A riguardo basterebbe citare due date simbolo: il 1945 e il 1958.  Nell’estate e nell’autunno del ’58 Pound si concentrò sulla conclusione del suo grande affresco cercando di vincere il senso di isolamento dopo 12 anni di manicomio criminale, i tanti lutti tra gli amici, l’avanzare di una corrosiva depressione e il fatto di essere legalmente interdetto e affidato a un tutore (la moglie Dorothy). 

E la forza della sua poesia non venne meno nel momento forse più difficile della sua esistenza: quando fu rinchiuso per tre settimane nella famosa gabbia del Dtc di Pisa: sotto la luce accecante dei riflettori, la notte, sotto la sferza del sole estivo, di giorno. 

La tentazione di passare i polsi sul filo spinato del campo di concentramento fu forte (“la solitudine della morte mi colse / alle 3 del pomeriggio per un istante”, Canto 82), ma prevalse il sogno di scrivere. E iniziò i primi appunti del suo Canto 74 sulla carta igienica. La poesia è contemplazione: Pound scelse di raccontare la bellezza quando tutto intorno a lui sembrava votato alla rovina. 

Nei Pisan Cantos si trova una struggente autobiografia del dolore. Il poeta si paragona a un altro recluso eccellente (anche lui poeta), san Giovanni della Croce, chiedendosi quando sarà lunga la prova: “È più buio? Più buio prima? Nux animae? / esiste buio più fondo o è come San Juan in travaglio / che scrive ai posteri / insomma, il peggio ha da venire o è questo fondo?” (Canto 74). 

Pound trovò consolazione in dettagli della natura a prima vista insignificanti, come la comparsa di un grillo (“La domenica portò un grillino verde / smeraldo più pallido / gli manca la zampina destra” (Canto 74) o di una formica (“Quando la mente s’appiglia a un filo d’erba / la zampa d’una formica può salvarti / il trifoglio sa e odora come quando è in fiore”, Canto 83). Eppure nel suo “inferno”, nella sua “fossa di polvere e luce accecante”, con la compagnia delle massime di Confucio e della liturgia della Messa cattolica, Pound toccò come forse mai prima il centro del cuore dell’uomo. Diventato acronos, “come un cane bastonato sotto la grandine”, e avendo “perso ormai il senso dei giorni”, sapeva però che “La carità più profonda / si trova fra chi ha infranto / le regole (Canto 74). 



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