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IL CASO/ Barcellona: Stati Generali della cultura o fallimento degli intellettuali?

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Michelangelo, David, 1501-04 (InfoPhoto)  Michelangelo, David, 1501-04 (InfoPhoto)

La cultura, come è emerso chiaramente dal grande dibattito del Novecento, si contrappone alla civilizzazione tecnologica perché coglie l'aspetto della originalità creativa di un popolo nell'elaborare le forme del proprio stare al mondo attraverso immagini e idee che innervano il tessuto collettivo. È cultura, sotto questo profilo, inventare una nuova ricetta per portare a tavola un cibo che riflette e trasforma le usanze alimentari. È cultura dare forma a una visione dell'architettura legata al nuovo modo di abitare che i cittadini cercano di esprimere attraverso la forma delle case e delle abitazioni. Ricordo bene che nel 1973, durante i giorni in cui era vietato l'uso dell'automobile, l'architetto Samonà tenne alcune lezioni popolari sul significato creativo del cosiddetto "abusivismo di necessità", quando intere generazioni di migranti che tornavano in patria costruivano nelle periferie delle città le loro piccole case con attorno il giardino e l'orto. Samonà cercava di individuare persino nell'abusivismo di necessità una forma di creatività popolare, contrapposta alla logica speculativa di chi costruiva enormi casermoni sul demanio pubblico.

La cultura è sempre creazione e invenzione di nuove forme che incarnano le peculiarità caratteriali di una persona e di un gruppo sociale e che, come sempre è accaduto, si manifestano attraverso nuove immagini del mondo sintoniche con i sentimenti e le emozioni popolari. La cultura non può essere ridotta a un manuale d'uso delle opere letterarie e dei monumenti artistici, ma deve essere sempre intesa come il divenire creativo di un gruppo umano che si confronta con i problemi e le difficoltà del proprio ambiente esterno. La cultura produce immagini e parole nuove, e perciò non può essere distinta dalla forma che un gruppo sociale assume nel suo divenire storico.

Gli artisti e gli intellettuali possono aiutare questo processo se non si isolano nell'autoreferenzialità della propria autorappresentazione. Gli intellettuali che corrispondono alla funzione della cultura non sono predicatori e precettori e non hanno il compito di assumere funzioni pedagogiche rispetto a una maggioranza incolta e incapace di riflettere su se stessa. L'autoreferenzialità degli intellettuali e degli artisti che si chiudono nella loro cerchia produce intellettualismo razionalizzante, ma non apre la mente degli uomini alla creazione e all'espressione dei loro bisogni e dei loro desideri.

L'operazione di convocazione degli Stati Generali della cultura è stata un'operazione propagandistico-spettacolare, come dimostra il semplice fatto che l'inaugurazione dell'incontro è affidata al presidente della Repubblica e le conclusioni al ministro Passera, che, pur essendo delle degne persone, non hanno alcun titolo per proporre al nostro Paese un vero e proprio riscatto culturale. Non si capisce come nel nostro Paese il valore della cultura come forma espressiva della vita di un gruppo umano possa essere incoraggiata se poi si mortificano totalmente l'educazione scolastica, la formazione universitaria e i centri di ricerca. Come si può modificare con gli Stati Generali della cultura la piattezza disciplinare della maggior parte del corpo accademico delle università italiane, imprigionato da specialismi ottusi, che non riesce a trasmettere alcuna passione per lo studio e che è spesso meno preparato dei propri allievi nella visione generale dei caratteri dell'epoca che viviamo? E come può un giornale come il Sole 24 Ore declamare nelle pagine culturali il trionfo dello scientismo evoluzionista contro le antiche tentazioni umanistiche della filosofia e della storia? 



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