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IL CASO/ Barcellona: Stati Generali della cultura o fallimento degli intellettuali?

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Michelangelo, David, 1501-04 (InfoPhoto)  Michelangelo, David, 1501-04 (InfoPhoto)

Un Paese allagato, frane e case abbandonate alla furia di torrenti impazziti, crolli di ponti, autostrade trasformate in vie fluviali, centinaia di sfollati dai vigili del fuoco; un ambiente al collasso meteorologico che si aggiunge ai disastri delle fabbriche chiuse per inquinamento e alla riconosciuta pericolosità di molti impianti industriali su cui non è stata esercitata mai alcuna vera sorveglianza. Scioperi e scontri per le strade tra dimostranti e forze di polizia con cariche violente e numerosi feriti e fermati, segni di un Paese che vive con particolare sofferenza l'assenza di politiche di sostegno per il lavoro giovanile e per l'università e la ricerca.

In questo contesto che richiederebbe una profonda consapevolezza della drammaticità della situazione, si sono riuniti a Roma gli Stati Generali della cultura, promossi dall'Istituto dell'Enciclopedia Italiana e dall'Accademia dei Lincei, e sostenuti dal pensatoio della Confindustria che ha lanciato un appello agli intellettuali dalle pagine del Sole 24 Ore.

La plebe caotica e rissosa può adesso sognare tranquillamente un futuro di lezioni magistrali nelle piazze di tutti i Paesi italiani per ritrovare la via di una identità perduta. Non è chiaro se questa iniziativa, confrontata con le reali condizioni del Paese, costituisce una provocazione o se c'è chi in buona fede pensa che alcuni giorni di dibattito possano restituire a un popolo frastornato e depresso il senso di una rinascita e la riconquista di una dignità perduta. Francamente io non lo penso, perché gli intellettuali chiamati a partecipare a questo grande momento di riflessione non hanno sin qui messo in campo niente di particolarmente significativo: né per aiutare a comprendere ciò che sta veramente accadendo nel mondo, né per testimoniare attraverso la creatività dell'intelligenza umana le prospettive di fuoriuscita dalla paludosa situazione in cui ci troviamo.

Se il Paese annaspa per un deficit di classe dirigente è un po' difficile pensare che una concentrazione di intellettuali chiamati a raccolta possa determinare un improvviso salto in un futuro migliore. Direi anzi che questa iniziativa è un'ulteriore prova del distacco fra lo strato intellettuale di questo Paese e la situazione effettiva degli uomini e delle donne che conducono tra mille problemi la loro vita quotidiana. Ciò che non si capisce fra l'altro è cosa intendono per "cultura" i vari promotori di questa e di altre analoghe iniziative che si svolgono in questo periodo. 

Dall'affermazione ricorrente che la cultura può essere anche una leva economica per rilanciare lo sviluppo di questo Paese, sembra che la visione dominante riguardi principalmente la valorizzazione del patrimonio artistico e archeologico in una concezione strumentale di tale patrimonio come mezzo per attrarre turismo dagli altri paesi a dal resto del mondo. A mio parere, una visione dei beni culturali come risorsa economica non ha alcun vero significato innovativo ma rientra piuttosto nella vecchia concezione della cultura come promozione - certo non inutile - delle attività turistiche che possono attrarre gli stranieri nel nostro paese, e non già come una forma complessiva del funzionamento delle intelligenze e dei talenti del cosiddetto capitale umano. 



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