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LETTURE/ Chi ha reso la letteratura "inutile" ai nostri occhi?

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Se si trattasse di questioni estetiche, come siamo abituati a pensare, non sarebbe poi così grave. Sarebbe triste senz’altro, ma avremmo cose ben più serie di cui occuparci. E proprio per condurci a questo giudizio il potere accetta e sollecita la parola irresponsabile, approfittando dello scetticismo e del nichilismo che genera: «Si provi a leggere la critica occasionale sulle riviste letterarie o sui giornali e si vedrà che il linguaggio del critico è ambiguo e corrotto, e spesso incomprensibile, perché tenta di adeguarsi a qualcosa che è già fatto, malgrado esso possa essere arbitrario e irriducibile a un ordine intelligente. Non meraviglia dunque che le recensioni siano (per lo più) tanto elogiative quanto generiche. Sono come la smorfia della scimmia, che ripete ogni gesto caduto sotto la sua attenzione, per quanto osceno o assurdo esso possa essere». Si capisce senza troppo sforzo come chi legge un simile linguaggio non possa che ricavarne «un’impressione di futilità e di finale inutilità della letteratura», un’impressione che «fa assai comodo agli economisti e ai politici, e infine a tutti i calcolatori della realtà, ai quali questi letterati hanno accettato di lasciare la parte più importante» (pp. 64-65).

Qual è allora, secondo Quadrelli, il punto d’origine? Centrale nel suo pensiero è la percezione dell’irrealismo in cui vive l’uomo moderno, il quale non percependo più la consistenza delle cose, nemmeno ne percepisce l’inconsistenza ultima, impedendosi così la possibilità di riconoscere il loro legame con il trascendente. E se ciò vale per l’integralità dell’uomo e di ciò che vive, tanto più varrà per i testi, che ne sono non più di un’espressione: «[…] Il critico mondano considera i testi della poesia come prodotti sufficienti nei quali tutto finisce. Egli non capisce che essi non sono la storia, ma la crosta e la feccia che nasconde la storia […]» (p. 66). 

Quando le parole si usurano, si usurano anche gli oggetti che rappresentano e noi ci ritroviamo a trattare non con le cose e le persone, con i sentimenti e le emozioni, ma con i loro simulacri, finendo così a vivere il simulacro di noi stessi. Al potere serve questo distacco tra estetica e morale, tra bellezza e voler essere, tra finito e infinito, ed è per questo che idolatra la grandezza ma odia il bene. In questo senso, l’uomo senza Dio, l’uomo senza la percezione del proprio bisogno di Dio, non è in fondo che l’inconsapevole cavallo di Troia con cui il male gioca la propria battaglia contro l’essere: «L’Ottocento ha esasperato criteri come “grande” e “piccolo”, sostituendoli, in realtà, ai giusti criteri, quelli di “bene” e di “male”. Si diede importanza a termini assurdi come “capolavoro” o “poeta minore”, non considerando che il buono in poesia costituisce un tutto unico, composto da scrittori idealmente anonimi e indistinguibili […]. In realtà quei criteri furono foggiati affinché il critico potesse esprimere giudizi non responsabili: la grandezza si può ammirare senza parteciparvi; non così il bene che pretende una partecipazione per esser conosciuto» (pp. 66-67).

Ammirare e passare avanti finché il gioco dura o partecipare, sporcarsi la carne e conoscere il bene. Fate il vostro gioco, dice Quadrelli: e allora, chi vuole scherzare con le parole? Chi vuole scherzare con la vita?



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