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GUARESCHI/ La traduttrice in russo: don Camillo ci insegna la voce del cuore

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Fernandel e Gino Cervi nella trasposizione cinematografica dei romanzi di Giovanni Guareschi (Immagine d'archivio)  Fernandel e Gino Cervi nella trasposizione cinematografica dei romanzi di Giovanni Guareschi (Immagine d'archivio)

Nei racconti del Mondo piccolo si parla dei delitti commessi da tutte le fazioni: i fascisti picchiavano i socialisti, i comunisti picchiano e uccidono i reazionari, i reazionari picchiano i comunisti. Il manifesto della posizione di Guareschi davanti a questo circolo vizioso di violenza può essere considerato un racconto del secondo volume, Il fiume racconta anche questa storia (del ’53). Non è un caso che questo racconto sia uscito appena prima delle elezioni. È uno dei racconti più tristi e tremendi della serie di don Camillo: non c’è una sola battuta di spirito, ma c’è, invece, uno dei discorsi più lunghi di don Camillo a proposito della violenza. La trama è semplice: Peppone, in qualità di sindaco, svolge un’ispeziona alla scuola, alla classe dove studia suo figlio. E per verificare cosa sanno gli alunni, chiama suo figlio e gli domanda le tabelline, ma quello non sa rispondere. Allora il sindaco interroga il compagno di banco il quale, pur sapendo la risposta, si rifiuta di parlare perché, dice, Peppone ha picchiato suo padre e quando sarà grande lui gliele darà a sua volta. Tra i bambini incomincia una guerra che né i padri (il papà del bambino è un ex squadrista, e Peppone dice che quella volta gli aveva semplicemente restituito le botte ricevute), né don Camillo riescono a fermare. Alla fine, si trova il figlio di Peppone gravemente ferito al capo da una pietra. Peppone corre verso la casa del bambino per vendicarsi e vede che quello si sta arrampicando su un pilone dell’alta tensione con gli occhi pieni di terrore. Da lontano, il bambino vede arrivare i carabinieri, non regge, cade dal pilone e annega nel fiume. Il racconto termina con la preghiera di don Camillo e con un paragrafo che sembrerebbe non avere nessun rapporto con quella, ma che invece esprime le convinzioni profonde di Guareschi: “Il fiume continuava a portare acqua al mare. Sempre la stessa acqua di cento miliardi di anni fa. Storie vanno al mare, e storie ritornano dal mare al monte e al piano. E sono sempre le stesse, e gli uomini le ascoltano ma non ne intendono la saggezza. Perché la saggezza è noiosa come i cento e mille e centomila don Camillo che, persa la fiducia negli uomini, parlano all’acqua dei fiumi”. Le verità eterne che si trasmettono di epoca in epoca, sono consone alla natura, corrispondono alla creazione. Se le ascolta, l’uomo non può agire male, seminare il male.

Nel momento in cui la cultura rinunciava alla verità radicata nel singolo uomo, alla verità in quanto tale, al suo concetto generale, sospingendolo fuori dallo spazio culturale, gli uomini sono rimasti indifesi, e quindi a rischio di cadere in mano delle “verità per la massa”. Il dono di Guareschi, probabilmente, consisteva appunto in questa particolare sensibilità alla menzogna dei miti di massa e alla finzione dei “luminosi” ideali. E al tempo stesso nell’incedibile coraggio di opporsi a ciò che veniva fatto passare per “giusto”, “progressivo” e “d’avanguardia”, e nel testardo attaccamento a concetti “vecchi” come la giustizia della persona, le verità eterne e, se volete, ciò che è alto e santo (con l’unica differenza che il suo talento gli permetteva di non ricorrere mai, sorprendentemente, a queste frasi altisonanti).

Per questo il protagonista del libro non è don Camillo, né il suo “amico giurato”, il comunista Peppone, ma piuttosto la voce del Cristo che, come dice lo stesso autore, “è la voce della mia coscienza”, o ancora la stessa Bassa, dove scorre: “il fiume placido e maestoso, sull’argine del quale, verso sera, passa rapida la Morte in bicicletta”. Questa voce parla dal profondo del cuore e fa appello al cuore di ogni singolo uomo.

(Traduzione di Marta Dell’Asta)

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COMMENTI
21/11/2012 - Guareschi in russo (Paolo Tritto)

È bello che Guareschi sia fatto conoscere nei paesi dell'Est europeo, di cui lui stesso sentiva di essere un po' cittadino - "Ho lasciato il mio cuore in Polonia"