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LETTURE/ Come trovare la verità nell’"assedio" delle cose

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Clemente Rebora (1885-1957) (Immagine d'archivio)  Clemente Rebora (1885-1957) (Immagine d'archivio)

Rebora ha cantato quegli strani imprevedibili momenti in cui pare di cogliere “la realtà segreta”, quando uno si scopre felice, senza quasi saper dire perché o cosa o chi ringraziare, e tutto sembra in sintonia con quello che avverte dentro: “e quasi sento un caldo àlito umano/ sul viso e dietro il collo un far di baci/ e tra’ capelli morbida la mano/ d’amante donna in carezze fugaci”; i giorni gagliardi della giovinezza quando “lo spirito fulgido balza,/ né culmine è sì bello/ che a ciascun passo ne vorrebbe cento” dietro all’“amor che nel nostro cammino accende/ l’ inconsapevol brama triste o lieta”, e non c’è bisogno di immaginarsi le cose e le persone diverse e migliori, ma le si ama e le si gode di per sé: “quando si nutre il cuore/ un nulla è riso pieno,/ quando si accende il cuore/ un nulla è ciel sereno:/ quando s’ eleva il cuore / all’ amoroso dono,/ non più s’ inventan gli uomini, ma sono”.

Ma Rebora ha dato voce anche allo strazio doloroso di eventi come la Prima Guerra Mondiale, o di tante sconfitte personali, quei momenti che sono come il rovescio della medaglia di quanto cantato nella gioia, quando uno si guarda dentro ed attorno e sente che “dovunque è specchio senza/ imagine, fondiglio non deposto/ un che di non nato e già vecchio”. Non nati e già vecchi, come ci si può sentire a vent’anni o a cinquanta. Sono momenti, eventi in cui quello che sembrava tanto facile non basta più: “oh, pura baldanza eretta con forza,/ tu sgretoli giù morta” e le aspirazioni più fiduciose si riducono alla frustrazione di un “forsennato voler che a libertà/ si lancia e ricade […] e fatica e rimorso e vano intendere:/ e rigirio sul luogo come cane”. Ed il poeta non può che maledire e palesare la vera radice del suo sconforto: “odio l’ usura del tempo/ paurosamente solo”.

Questo è il grande vasto arco della sua scrittura, una poesia, appunto, “di sterco e di fiori”, di ciò che è puro e di ciò che è sporco, di risolto e di difficile, “qualunque cosa”, appunto, ma sempre con un “grido dentro”, sempre percorsa dal fulmine di un’unica perenne urgenza, che chiunque sia serio osservatore di sé − questa la sua provocazione − non può non sorprendere: “una segreta domanda” che volutamente riecheggia i versi con cui il pastore errante di Giacomo Leopardi, un secolo prima, interrogava il cosmo intero:

“se l’uom tra bara e culla
si perpetua, e le sue croci
son legno di un tronco immortale
e le sue tende frale germoglio
d’ inesausto rigoglio
questo è cieco destin che si trastulla?
Se van dall’ universo eterne voci
e dagli atomi ai soli si marita
fra glorie ardenti e tenebrosi falli
una grandezza infinita
che lo spirito intende,
questo è per nulla?



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